Una giornata in Armenia
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Tra agosto e novembre del 2007 me ne sono andato a zonzo in bicicletta per Turchia, Armenia, Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan, con qualche giornata anche in aereo ed autobus. Ecco una giornata vissuta in Armenia e rimastami particolarmente impressa, ciao, Elia.
La ferita
A Martunì non sono riuscito a scovare un buco dove fare colazione, esco dal paese e mi trovo all'incrocio con la statale. Appena lo vedo correre e abbaiare dietro un camion capisco subito che non è un comportamento normale, mi fermo e scendo di sella. Dietro di lui casa sua e il suo proprietario che sale in auto. E' talmente nervoso che, nonostante io sia immobile, appena mi vede attraversa la strada schizzando verso di me. Mi gira attorno correndo, abbaia all'impazzata. Io resto calmo e fermo, così si calma in parte anche lui, si avvicina, appoggia il naso sul mio ginocchio destro e mi annusa, poi si allontana con uno scatto e riprende ad abbaiare furioso. Urlo al proprietario di piantarla di leggersi il giornale e di venire a riprenderselo, lui approfitta della mia distrazione per morsicarmi un polpaccio e subito allontanarsi, tenta di riavvicinarsi per azzannarmi di nuovo ma riesco a tenerlo lontano con un pugno. L'imbecille in auto ha capito (purtroppo tardi) che la situazione sta degenerando, esce e si mette a rincorrere la sua bestia cercando di riprenderla, la colpisce con una sassata, riesce ad afferrarla per il collare e la trascina all'interno di una baracca di assi sul bordo della strada. Dalla porta di questa due uomini vestiti di cenci hanno assistito impassibili a tutta la scena, per un attimo penso siano loro i padroni, per cui li investo di improperi mostrandogli la ferita e i pantaloni stracciati, ma a quanto pare mi sbaglio, il padrone è l'altro. Nel dubbio li mando tutti a cagare, risalgo in bici e mi allontano piano. Ormai il danno è fatto e loro non ci porranno rimedio. Sono le 8, non c'è male come inizio di giornata. Poco dopo mi preparo una soluzione di acqua minerale e Amuchina, appoggio la gamba a un paracarro e mi disinfetto. Bello se si potesse eliminare così facilmente anche la rabbia oltre che i germi.
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Il linimento
File di cavolfiori, è mattino presto e sono già stanco. Piante di cipolla, già pedalo e ancora non ho fatto colazione. Alberi di mele, e se avesse avuto la rabbia? La vedo camminare nell'orto e mi fermo. ‘Tè' so dirlo, ‘per favore' no, ma lei acconsente lo stesso, gli armeni sono gente ospitale. La bicicletta contro il muro vicino all'ingresso, i miei piedi che si puliscono sullo zerbino, entro. Non ero mai stato in questa cucina, eppure tutto quello di cui sentivo la mancanza era qui dentro. Non nell'acquaio in cui mi lavo le mani, non nel tè caldo che lei mi versa, non nella frutta, non nel pane, non nel formaggio che mi offre. Chissà se nell'uva che le regalo c'è qualcosa di quello che cerca lei. Le mostro i pantaloni stracciati, i due fori lasciati 15 minuti fa nella carne del mio polpaccio dai denti del cane, il cane era pazzo le spiego. Mi sono già disinfettato da solo per la strada, lei mi porge ancora un po' di tintura di iodio.
In un grande soggiorno in penombra mi mostra la sua macchina da cucire, poi lesta prende ad aggiustarmi la gamba dei pantaloni. E' una persona morbida, dolce, il migliore dei medicamenti per la mia ferita. Quando esco riesco finalmente ad accorgermi del sole che brilla, del verde degli alberi, del vento sulla pelle. La sto ancora ringraziando mentre passiamo tra gli alberi di mele, le piante di cipolla, i cavolfiori. La sto ancora ringraziando, a metà mattino, mentre mi destreggio fra le pozzanghere, una Lada Niva che svolta di fronte a me, palazzine sovietiche, le oche.
Un ranocchio
Di solito preferisco cercare ospitalità presso qualche famiglia del posto piuttosto che starmene solo in qualche pensione, ammesso che ce ne sia una, perché così posso toccare con mano un'altra cultura, un altro modo di vivere, cibi, aspirazioni, ritmi di vita diversi. La cosa spesso mi fa poi sentire un po' in colpa, perchè chi mi ospita quasi sempre non vuole accettare i miei soldi, anche se è povero, ma il gioco vale la candela. E così, anche questa sera, mentre mi arrampico lungo un viale di questo paesino sul fianco di una collina nel centro dell'Armenia, mi guardo in giro in cerca di un'occasione domestica. Due donne chiacchierano nella quiete della sera, dietro di loro un portone aperto, dietro il grigio del portone il verde di un giardino. Chiedo loro se nelle vicinanze c'è qualche posto per dormire, la più giovane scruta incerta me e la mia bicicletta carica di borse, poi dice che posso fermarmi lì. Lascio la monoposto nel giardino, saliamo le scale, mi striglio un po' su un piccolo lavandino nel retro, siedo a un tavolo in soggiorno. Uno spazio grande, semplice, pulito, e lui è lì, nel mezzo, mi volta le spalle. Per saltare ha una tecnica tutta sua, si accuccia sulla punta dei piedi, le punte delle dita sfiorano terra come se l'equilibrio fosse lì da qualche parte sul parquet, poi all'improvviso scatta in un gran balzo staccandosi completamente dal pavimento e spiegando per intero il suo fisico lungo e sottile, ripiomba a terra nel punto da cui era partito e via così tre o quattro volte di seguito. Ogni tanto scompare correndo in altre stanze della casa, oppure siede sul divano a guardare la televisione, col busto che dondola senza posa avanti e indietro, comunque fermo non è mai. Si comporta come se io non esistessi, credo sia autistico. Il padre non lo vedo, non so se sia assente temporaneamente o definitivamente. La madre mi porta la cena e il tè, e senza saperlo un po' di prezioso calore domestico. Gli armeni si dimostrano ancora una volta ospitali, direi che assomigliano molto a noi italiani. Al mattino, quando me ne sto andando, ci provo lo stesso a offrirle con discrezione qualche soldo, e lei, come da copione, rifiuta ferma e cortese. Le stringo la mano per ringraziarla. Non so come possa reagire un autistico di fronte a un contatto fisico con un estraneo che volutamente ignora, però voglio fare un tentativo, avvicino lentamente la mia mano alla sua e gliela stringo con dolcezza, lui accetta, e per la prima volta vedo i suoi occhi alzarsi da terra e guardarmi da molto lontano, neri, profondi, il busto che non cessa di dondolare avanti e indietro. Lei è contenta di vedere che non mi spaventa questo suo figlio bizzarro.
Scendo lentamente lungo il viale, giù per il fianco di una collina nel centro dell'Armenia. Il ranocchio mi ha lasciato un segno indelebile, ogni tanto mi appare e salta più in alto che mai.

















