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Agriturismo e sistemazioni rurali in Francia
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Autore: 
Paola Turelli

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L’Eurostar notturno Trieste – Napoli delle è affollatissimo e mi trovo a condividere lo scompartimento con quattro militari napoletani ed un giovane indiano che, per nostra disgrazia, decide di mettersi comodo togliendosi le scarpe e deliziandoci con profumi non propriamente primaverili.
Scendo dal treno indolenzita ed assonnata, col mio zaino di 70 litri sulle spalle, alle 6.20 del mattino: Montepulciano Stazione, tutto intorno non c’è un cane e le luci del giorno sono ancora sfumate.
L’aria è stranamente frizzante per essere quasi metà luglio e porta con sé gli odori freschi della campagna, odori che mi mettono di buonumore e che mi fanno decidere di incamminarmi a piedi verso il paese, evitando di affrontare il percorso con l’autobus.
Seguiranno dieci chilometri di marcia sull’asfalto di una strada parecchio trafficata e senza un albero, in perenne salita e piena di tornanti, con il paese stagliato come un presepe all’orizzonte, apparentemente irreale ed irraggiungibile.
Ci metto due ore per arrivare al primo bar del paese dove i proprietari, un po’ divertititi, mi accolgono con cappuccino e brioches.
Passo il resto della mattinata all’ombra dei grandi alberi del parco comunale di fronte alla chiesa di Sant’Agnese, osservando un solitario giardiniere che passa l’intero periodo a bagnare i vialetti per evitare che la polvere si alzi a causa della leggera brezza. Gradualmente la panchina che occupo diventa divano, stendino per la maglietta bagnata e scarpiera per le mie pedule, facendo assomigliare la mia presenza a quella di un clochard di altri tempi.
Nella stessa giornata mi aspetteranno altri dieci chilometri di camminata verso l’Eremo della Maddalena a Montichiello, piccolo convento sistemato sulla cima di un colle dal quale, inaspettatamente, si gode di una straordinaria vista sul lago di Bracciano.
Il secondo giorno la partenza in direzione Pienza è funestata dal maltempo, che mi scarica addosso una discreta quantità di pioggia accompagnata da un forte vento piuttosto freddo per la stagione. E continuerà così, a scrosci intermittenti, per tutta la giornata: fortuna che oggi si cammina su sentiero, in mezzo ad un paesaggio caratterizzato da tutte le sfumature del giallo e del marrone. Il verde compare quasi esclusivamente grazie alle macchie di uliveti, coltura diffusa sulle crete senesi insieme alla vite per la produzione del famoso Chianti, del Montepulciano e del Brunello di Montalcino.

La salita verso Pienza è impegnativa, ma il paesaggio ripaga dello sforzo: la cittadina è posta sulla cima di un colle e si sviluppa tra case in pietra e stradine dove passa a malapena un’automobile, alle quali si affacciano piccoli negozietti di artigianato locale e di generi alimentari tipici ( da provare le salsicce di cinghiale ).
Una deliziosa camminata costeggia tutto il perimetro del paese affacciandosi sulla valle sottostante e regalando un panorama mozzafiato che al tramonto incendia i visi ed i cuori.
Il terzo giorno, attraverso un sentiero in forte pendenza, arrivo all'antica pieve di Corsignano, chiesa costruita in pietra viva con una temperatura interna che si aggira intorno ai 18 gradi grazie alla grossezza delle pareti ed alla solidità dell’isolamento.
Continuo quindi, in una giornata torrida ed afosa, attraverso strade bianche battute alla volta di San Quirico d’Orcia, immersa in un paesaggio da film di Bertolucci.
La striscia bianca del sentiero si snoda attraverso i campi di grano dorato che ondeggia mosso dal vento, le strisce marrone scuro arate di fresco, le macchie verdi di boschetti sparse qua e là solitarie, ed i covoni di fieno raccolto e lasciato ad essiccare.
Lascio la strada principale per percorrere un sentiero secondario che si snoda leggermente più in basso dalla cresta della collina ed appena superata la curva che svolta a destra l'antica pieve di Vitaleta si alza solitaria nel bel mezzo del nulla, affiancata da un casale ristrutturato di fresco ma all’apparenza disabitato.
Il luogo è dominato da una pace irreale in cui l’unico suono udibile è il soffio continuo del vento, che su questa cresta si fa insistente e tenace.
L’ospitalità al campo sportivo comunale di San Quirico d’Orcia regala docce calde e terreno soffice sul quale far riposare il corpo affaticato, così la mattina il risveglio è allegro e pimpante, nonostante l’imprevista pioggia notturna causata dall’irrigazione programmata.
Oggi la prima tappa è Vignoni, a meno di un’ora dalla partenza: il paese sembra uscito da una fiaba, tutto costruito in pietra bianchissima che sotto il sole di mezzogiorno diventa quasi abbagliante, senza nessun tipo di esercizio commerciale, all’apparenza disabitato se non fosse per i giardini e gli orti curati, le graziose tendine alle finestre e gli animali domestici che quieti ed indisturbati popolano le sue vie.
Niente automobili, le vie sono troppo strette e comunque non servirebbero, l’intero paese si visita in poco più di dieci minuti, non tralasciando lo splendido balcone naturale che da un arco nelle mura si affaccia sulla sottostante Val d’Orcia, in uno scorcio degno di una foto sul National Geograpich.
Da qui l’itinerario prosegue verso Sant’Antimo, attraverso il saliscendi delle colline: più che i chilometri ed il dislivello, a preoccupare è il sole che alle due del pomeriggio regna implacabile nel cielo senza nubi. La brezza fornisce solo un leggero sollievo alla calura, ma contribuisce anche a far si che la polvere del terreno si attacchi inesorabilmente alle gambe ed alle braccia sudate, causando un fastidioso attrito.
Il paesaggio, tuttavia, fa scordare questi inconvenienti: le crete senesi offrono scorci bellissimi ed implacabili nella loro ripetitività, tratti quasi desertici e disabitati, punteggiati qua e là da isolati casali. E’ un tipo di ambiente che obbliga all’introspezione, mette a diretto confronto con le proprie capacità e limiti, fa godere appieno della natura circostante incontaminata ed offre, a pochi chilometri da aree fortemente abitate, una dimensione assolutamente impensabile in altre zone d’Italia.

Le poche persone incontrate durante il cammino si sono dimostrate cordiali e disponibili nel riempire borracce ed offrire un posto all’ombra dove riposare. Si sono stupiti nel constatare come una persona adulta utilizzi le sue ferie per andare in giro solo per il gusto di pensare con i piedi, di trovare cioè nel cammino quel tempo e quello spazio di riflessione che probabilmente seduta sulla poltrona di casa non è capace di creare.
La notte, passata sul ciglio di una strada di campagna su un terreno sassoso ed in forte pendenza, non è delle più confortevoli: consola il fatto di aver trovato, all’esterno di un’azienda agricola in quel momento chiusa, una simpatica fontanella di acqua ghiacciata nella quale immergere i piedi stanchi e lavarsi dalla polvere prima di infilarsi nel saccopelo.
L’indomani arrivo a Sant’Antimo come una pellegrina del passato che, stanca ed affamata, raggiunge la meta.
La bellezza dell’abbazia è straordinaria: l’edificio è assolutamente isolato in una conca circondata da colline dove esso sembra l’unico rifugio possibile.
Se l’esterno è imponente e trasmette una sensazione di forza e protezione, l’interno risulta scarno ed essenziale: il pavimento di pietra rossa, i banchi di legno nudo, l’altare leggermente rialzato ma non eccessivamente imponente, posto nel mezzo dell’abside in modo da lasciare la possibilità di passare dietro il crocifisso.
Il culmine della bellezza viene raggiunto nelle prime ore della mattina, durante le lodi cantate esclusivamente in gregoriano dalla piccola comunità di sacerdoti che si occupa di gestire l’abbazia e le sue attività: quando il sole di alza e penetra dalla grande vetrata posta sopra l’altare l’intera chiesa si riempie di luce e gli alabastri delle colonne si illuminano regalando giochi di trasparenze.
Qui finisce il mio breve viaggio, con la speranza che altri possano ripercorrere gli stessi sentieri e provare le stesse intense sensazioni.





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