Stregati dal Marocco


Stregati dal Marocco



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Autore: 
Elena Olivari

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Desidero da sempre visitare il Marocco e nel giungo 2007 io e Mattia, seduti ad un tavolo sommerso di cartine, opuscoli e depliant, programmiamo un tour del paese: 15 giorni, 9 tappe, 2200 km.
Arriviamo all'aeroporto di Marrakech che è quasi mezzanotte del 9 agosto. Il volo è andato benissimo: siamo puntuali, le valigie arrivano subito e dopo pochi minuti ci troviamo immersi nella calda notte marocchina. Saliamo su uno dei tanti taxi e diamo il nome del nostro hotel. L'autista non capisce subito e io, in inglese, provo a dargli le indicazioni che abbiamo. Niente da fare: come quasi tutti capisce solo l'arabo (ovvio) e il francese, e noi il francese non lo sappiamo, se non qualche ricordo delle medie (Mattia) e di un corso universitario (io). Alla fine riusciamo a farci capire e prima di partire chiediamo all'autista la tariffa. Ci sembra che corrisponda ai prezzi segnalati dalla guida e quindi non stiamo a contrattare, anche perché la cosa imbarazza tutti e due.
La mattina dopo siamo decisi ad immergerci nell'atmosfera marocchina: c'è veramente un gran caldo ma per non essere troppo "svestita" decido di mettere pantaloni al ginocchio e una maglia larga e leggera, con le maniche lunghe. Poi, data una rapida occhiata alla cartina, passando per la porta Bad Doukkala oltrepassiamo le mura della Medina di Marrakech. Girovagando tra le strade polverose arriviamo alla Moschea Koutoubia, la più importante della città. Non la si può visitare, ma una guida, che ci crede spagnoli, ci permette una foto clandestina. Poco distante si apre ai nostri occhi il simbolo della città: la piazza Djema el-Fna. Sogno di visitarla da quando ho visto per la prima volta "L'uomo che sapeva troppo" di Hitchcock: è veramente grandissima, affascinante, e diversa da qualunque piazza abbiamo mai visto. Capannelli di persone qua e là segnalano la presenza di acrobati, cantastorie e incantatori di serpenti. Prima che abbia la prontezza di dire di no, un uomo mi mette un serpente intono al collo. A questo punto siamo obbligati a fare una foto e lasciare qualche moneta. Dobbiamo imparare a dire di no.
Quasi tutte le donne hanno il capo coperto e l'abito tradizionale, ma passeggiando per la piazza per la prima volta incontriamo una giovane donna completamente velata. Si vedono solo gli occhi; anche le mani, nonostante il caldo, sono coperte da pesanti guanti.
Prima di pranzo andiamo in cerca delle concerie, passando per i souq, i coloratissimi mercati traboccanti di bigiotteria, pelletteria, ciabatte, spezie. Non abbiamo bisogno di chiedere: mentre stiamo rischiando di perderci tra i vicoli tortuosi della Medina un ragazzo si offre di farci da guida. La visita, con spiegazione in italo-anglo-franco-spagnolo, è molto interessante, ma c'è un odore terribile (la cacca dei piccioni che usano per ammorbidire le pelli), fa caldissimo e noi abbiamo fame e sete. Il giro finisce in una pelletteria: non vorremmo niente ma siamo stremati e sembra quasi obbligatorio comprare qualcosa. Poi, mentre ci riaccompagna verso al piazza, nell'unico vicolo deserto di tutta Marrakech, la guida si gira all'improvviso e ci chiede di pagarlo: una cifra assurda. Un po' contrattiamo, ma la colpa è nostra: non ci siamo ricordati di concordare il prezzo all'inizio.
Alla sera la piazza Djema el-Fna è ancora più affascinante: è piena di gente e sono spuntate decide e decine di chioschi e panche per mangiare all'aperto. Un'atmosfera incredibile.

Alla mattina recuperiamo la macchina a noleggio: il traffico in città è caotico e ci si fa strada a colpi di clacson. Fuori è tutto diverso. S'incontrano più asini che macchine e il paesaggio che si stende a perdita d'occhio è secco, arido, con qualche macchia verde della rara vegetazione. Ci fermiamo a fotografare delle capre arrampicate sopra ad un albero di argan: e subito arriva il pastore a battere cassa. 176 kilometri più tardi arriviamo ad Essaouira: una cittadina sulla costa atlantica caratteristica e accogliente. Il porto immerso nella nebbia è molto romantico, il mercato del pesce animato e caotico, la Medina carica di vita e di colori, bellissima da passeggiare.
Il giorno successivo siamo ancora in viaggio: la nostra meta è Casablanca, 351 kilometri a nord. È una grande città e riusciamo a trovare il nostro hotel solo grazie a due ragazzi che si offrono di accompagnarci con la loro macchina. Vorremmo ringraziarli, magari offrigli un tè, ma non appena arriviamo alla meta ci salutano con un cenno e un sorriso, e vanno via. In giro c'è tantissima gente, turisti e negozi, e la parte più nuova della città è in stile occidentale. Purtroppo. La Medina invece è tortuosa, labirintica e coloratissima come quella delle altre città. Il giorno dopo visitiamo la Moschea di Hassan II, costruita nei primi anni '90 metà sulla terra e metà sul mare, imponente e maestosa.
In tarda mattinata percorriamo in autostrada i 91 kilometri che ci separano dalla capitale, Rabat. Ci sono tante cose da vedere: la Medina, la Kasbah de Oudaias, le Tour Hassan e il Mausoleo di Mohammed V, ma soprattutto la Chellah, una necropoli meredita che sorge sui resti della città romana di Sala Colonia. Interamente colonizzata dalle cicogne.
Il giorno dopo maciniamo altri 140 km e facciamo tappa a Volubilis, un sito archeologico romano: è molto grande e magnificamente conservato. E proprio qui, in un cespuglio tra le rovine ben mimetizzato, incontriamo il nostro primo camaleonte. Nel pomeriggio arriviamo a Meknes, a circa una 30ina di km. Siamo stanchi e per visitare la città ci serviamo dei taxi, principalmente vecchie Fiat Uno. Ogni città li ha di colore diverso: qua sono color sabbia. E prima del tramonto costano davvero pochissimo.

Il giorno dopo siamo a Fes, la città dalle mille moschee: non è grande come Casablanca ma rischiamo di perderci di nuovo. Un uomo si offre di farci da guida: concordiamo un prezzo (abbiamo imparato!) e accettiamo. Abbiamo poco più di mezza giornata e ci sono tante cose da vedere, dalle ceramiche ai negozi di stoffe, dalle concerie ai bazar di tappeti. Ogni tappa del nostro giro finisce in un negozietto ma noi riusciamo a comprare solo cose che ci interessano. Visitiamo anche le concerie e questa volta, dopo l'esperienza di Marrakech, chiediamo un po' di menta da tenere sotto il naso. Tutta un'altra cosa!




Il giorno dopo, carichi d'acqua, lasciamo le città imperiali e partiamo per il deserto: abbiamo davanti oltre 400 km con una montagna, l'Atlante, nel mezzo. E non c'è autostrada. Attraversando il paese in diagonale passiamo dai boschi di cedri al deserto roccioso, dal deserto vulcanico fino a quello sabbioso. Verso le 4 del pomeriggio arriviamo ad Erfoud. La macchina segna 47 gradi. Il nostro hotel, pagato l'equivalente di 30 euro a testa, è meraviglioso, con una piscina veramente invitante. Non abbiamo ancora sistemato le valigie in camera, che una guida dell'hotel ci propone una gita nelle dune di sabbia, oltre Merzouga: carovana a dorso di dromedario, e notte in un accampamento berbero. Bisogna partire subito e noi, senza nemmeno lavarci, lo seguiamo con uno zainetto fatto su in 5 minuti. Il nostro capo carovana si chiama Mohammed e guida i nostri dromedari per due ore attraverso le dune di sabbia senza un attimo di incertezza, nemmeno quando viene buio. All'accampamento mangiamo la tajine più buona del mondo e poi dormiamo guardando il cielo stellato. Alla mattina ci alziamo prestissimo per vedere l'alba dalla grande duna di sabbia alle spalle dell'accampamento. La scalata appena svegli è una bella sfacchinata: ma alla fine lo spettacolo ci ripaga della fatica. Tornati all'hotel passiamo la giornata tra il letto e la piscina.
Il giorno dopo inizia il nostro viaggio di ritorno: la prima tappa, a 300 km, è Ouarzazate, dove visitiamo gli studios del cinema Atlas Corporation Studios. Poi cena e una buona dormita.
Con la seconda tappa, 375 km, torniamo sull'oceano atlantico: siamo ad Agadir, una delle mete di villeggiatura marocchine più gettonate. È pieno di famiglie in vacanza, di locali, di ristoranti e di negozi. Sulla collina che sovrasta la città visitiamo le rovine della vecchia Kasbah, l'antica fortezza che dominava la città. Anche la spiaggia è frequentatissima, ma l'acqua è fredda e nessuno fa il bagno.
Infine torniamo a Marrakech. Rivedere la piazza Djema el-Fna è un po' come tornare a casa: come se questa piazza, con la sua caotica vitalità, racchiudesse in sé l'essenza del Marocco, che ormai, dopo 2200 km (e quasi altrettante foto), ci è entrato nel cuore.

Il giorno successivo ci dedichiamo alla zona monumentale: Palis el-Badi, le tombe dei Saaditi, Palais de la Bahia. E alla sera torniamo sempre a confonderci tra la folla della Djema el-Fna. Il nostro penultimo giorno lo passiamo in hotel: Mattia a letto (ha la febbre... e altro), io in piscina. L'ultimo giorno Mattia sta meglio e ci regaliamo un ingresso in un hammam: veniamo lavati, sfregati, strofinati, insaponati. Bellissimo. Nel pomeriggio dobbiamo partire. Diciamo arrivederci al Marocco mangiando un piatto fumante di cous cous di pollo, seduti di fronte ai chioschi dove le arance sono impilate a centinaia in un ordine perfetto.





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Matteo, Fiamma, Martino e Sarita, disegni di Matteo.
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