Storie dell'anima, Passeggiando per Tarragona
Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!
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Mi trovo in treno, direzione Madrid. Sono partito poco più di mezz’ora fa dalla stazione di Tarragona, splendido centro sul blu del Mediterraneo intriso di storia romana e di quel fascino catartico e pervasivo che solo un’atmosfera come quella che ho respirato lì sa regalarmi, camminando con entusiasmante eccitazione fra vie strette e tortuose su di un autentico selciato in pietra, incontrando balconi fioriti, case gialle e rosse con porte e finestre di quel legno di castagno che oggi, in tanti angoli della città, regala caldarroste per mano di ragazzi armati di buona volontà e voglia di fare qualche soldo, come mi ha detto con orgoglio un gruppo di liceali, in ossequio al calendario delle stagioni e a quello della fede, visto che domani è la festa di Tuttisanti. Nel mio piacevole peregrinare, in cui le tante soste per scattare una foto sono parte essenziale del viaggio, contribuendo ad instaurare un legame ancora piu’ intimo e perciò eterno fra me e quello che osservo, ecco che i miei occhi, la mia anima, finalmente possono godere dello splendore della cattedrale, un gioello dell’arte medievale.
Un inno alla bellezza, alla pace dei sensi, all’armonia della natura che dalla pietra bianca che abbonda sulle colline di fronte all’abitato si fa scultura e architettura divina, nel senso che tutto richiama a Dio e tutto sembra esser-ci grazie alla sua magnificenza creatrice.
O almeno questo è quello che sente la mia anima perturbata e rinata alla vista del magnifico portale centrale istoriato, percorso da figure angeliche che sembrano liberarsi nel cielo dell’eternità della fede e da personaggi della Bibbia che esortano al rispetto e alla contemplazione di un luogo così sacro e immortale, dove il sacro e l’immortale sembrano potersi toccare con mano, quasi fosse divinità fatta materia. E questo magma di emozioni e riflessi
oni che mi pervade trova definitiva esplosione non appena varco il portone d’ingresso, quando vengo rapito da una musica celestiale proveniente da un organo a canne che più tardi saprò esere del ‘700 e mi lascio trasportare dalla sublimitá di quelle note nel calore della magia di una cerimonia nuziale.
Credo che certe sensazioni, seppur passeggere e contingenti, rimangano custodite nella nostra interioritá per tutta la vita, e anzi proprio in virtú di questo penso che ognuno di noi sia il frutto cangiante e in continua metamorfosi di ció che vive ed esperisce, istante per istante. E adesso, appena qualche ora dopo uno di questi momenti di straordinaria intensitá come quello che ho partecipato lì, nella cattedrale di Santa Tecla di Tarragona, giá mi accorgo che in qualche angolo del mio Io sono scolpite queste emozioni, quasi fossero come le sculture della sua facciata o come le figure degli eleganti sarcofagi dell’interno, le quali sembrano emanare una forza ancestrale quanto universale. Ma in questo posto eccezionale – non per niente dichiarato patrimonio universale dell’Unesco – tutto sembra essere eterno e avvolgente, nulla lasciato al caso e anzi, passeggiando per le sue vie, si ha la sensazione di essere entrati a far parte di un mondo che non c’è, perché la perfezione sempre genera diffidenza, irrealtà. È questo l’immenso piacere che provo nel viaggiare, nel mio peregrinare incessante e inquisente: percorrere spazi sempre diversi con il mio corpo, amare ciò che osservano i miei occhi e al contempo lasciarsi catapultare in una dimensione interiore che fa del mondo esterno, delle architetture del paesaggio degli odori dei suoni e dei colori, lo spazio esistenziale della mia coscienza, dell’immaginazione, delle emozioni e delle sensazioni che corrono veloci dentro di me mentre, magari, i miei passi rallentano su una viuzza di pietra macchiata dalle foglie rosse e gialle di un autunno incipiente. Allora ecco vestirmi di un mantello di lana, un cappello nero e un paio di calzari di cuoio mentre sto costeggiando l’infinita grandezza della muraglia che guardinga custodisce la preziosa essenza del "casco viejo" in cui il fluire della storia e l’autorità del tempo si tramutano in grossi mattoni color della terra che si alzano al cielo secondo una continuità mai interrotta che dall’epoca delle guardie romane con lo scudo in bronzo (due sono lì, davanti a Portal del Roser!) arriva ell’età media, che sempre evoca in me assaggi e presagi di un’intensità vibrante tutta da vivere, istante per istante. E dove già vedo ortolani impazienti tirare di buon mattino verso il mercato della piazza della cattedrale stanchi asini carichi di ceste ricolme di buoni prodotti della terra, quella che lì di fronte ha plasmato dolci colline ora brulle dove il lavoro incessante degli agricoltori ha disegnato forme che sembrano uscite da un quadro di Brughel o Ligabue.
E ancora vagabondi canuti, musici e pellegrini barbuti bussare a quella stessa porta in attesa di entrare in quel mondo che anche a loro, si, doveva apparire magico e avvolgente. Sono le 10 e 39 della sera, mi sono sistemato su questa confortevole poltroncina quasi due ore fa dopo una giornata di continuo cammino e mi fanno male anche i piedi, per cui è forte l’esigenza di lasciarmi andare a un sonno tranquillo che mi possa ridare un pò di ristoro, eppure adesso non riesco a togliermi dalla mente queste immagini, questi quadretti improvvisi e colorati che evidentemente ho di dipinto pennellata dopo pennellata durante il mio "dolce naufragare" fra calli e angoli di questo luogo...dell’anima. Che ora, proprio in virtù di questi giochi dell’immaginazione, di questi viaggi della coscienza, sento appartenermi. Chiaro, ormai l’ho fatta mia, l’ho interiorizzata, decomposta secondo quello che più mi è piaciuto, attraverso le emozioni che di volta in volta hanno occupato le strade del mio Io mentre io camminavo con il naso all’insù intento a scorgere una guglia della cattedrale dall’apertura improvvisa di una piazzetta dove gentilmente si affacciavano balconi fioriti e in cui un gruppo di bambini stava giocando con l’acqua che scorreva lenta da una fontanella in bronzo posta lì, nel centro.
Così ecco che la mia anima si concede al nobile sapore di un alito di vento che dal mare viene su accarezzando le rovine di quello che doveva essere uno dei più bei anfiteatri di tutta la romanità, che quasi sembra tuffarsi soavemente verso la placidità delle acque azzurre pennellate dalle tinte dell’arancione e del giallo di un tramonto che da qui è pura poesia, un inno alla vita, un messaggio d’amore. E pensare i sospiri degli antichi spettatori romani quando da questi spalti la raffinatezza di una lirica si univa come per incanto alla magica quotidianità della natura...!
Del resto Tarragona, la Tarraco dei tempi che furono, che per qualche anno fu scelta da Augusto come luogo di residenza (che villeggiatura!), era la capitale della Hispania Citerior e ancora oggi conserva così impressionanti quantità e qualità di monumenti che la fanno apparire ai miei occhi come una delle città romane meglio conservate, ovviamente escludendo la grandezza di Roma e di centri come Pompei o Aquileia, solo per citare quei pochi luoghi dove già il mio spirito ha potuto assaporare qualche goccia del mare della storia dell’umanità. L’acquedotto l’anfiteatro il pretorio il circo il teatro il foro le villae l’arco monumentale e la torre, i resti di una basilica e di una necropoli paleocristiane i tanti mosaici e le sculture della Roma imperiale custoditi nell’importante museo archeologico, il lungo passeggio costeggiato dalla muraglia di cinta... E il vero incanto di questa città è la coesistenza di questa così forte eco dell’antichità con la forza catartica del suo passato medioevale, fra chiese e palazzi nobiliari, arcate gotiche e antichi mercati. In più, riguardando quel pieghevole, ho visto che c’è anche un castello sul mare, poco più in là rispetto al vecchio centro abitato: purtroppo non ho avuto il tempo di andarci, ma la foto già mi proietta in una dimensione di fervente immaginazione, così ora ho un motivo in più, se mai ce ne fosse stato bisogno, di ritornare in questo splendido angolo di mondo. Stupendo!
Mi è facile ascoltare il suono di un violino mentre passeggiando sotto il portico della piazza mi imbatto in una bellissima vetrina di un negozio con le imposte di legno decorate secondo lo stile liberty, con tanto di nome ("Casa Beethoven") scritto a vernice nera a caratteri gotici.
E dopo questo pomeriggio sento il desiderio di poter suonare, di danzare anch’io fra le alchimie di un pentagramma e dedicare una serenata di felicità a questa vita, a questo mondo...
Beh, ora sono veramente stanco, felice ma stanco, e a dire il vero ho anche un po’ di fame.
Forse è meglio che chiuda questa agenda e con essa i miei occhi. Riprenderò domani, quando la mia rotta si imbatterà per le vie, i monumenti e i musei di Madrid, la capitale!
Buona notte, Ale.











