Sguardi Dal Marocco
Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!
Ci sono 1000 euro in palio! Partecipa anche tu inviando i tuoi racconti entro il 25 aprile 2009. Dal 1 al 30 giugno 2009 potrai votare il vincitore ed assegnare il premio: se questo racconto ti è piaciuto, ricordatene!
![]() ![]() ![]() ![]() |
Un insieme di visioni, sapori e odori, dove il viaggiatore di turno si trova improvvisamente immerso, sensazioni che provengono da luoghi lontani dove solamente con la mente e la fantasia si era viaggiato, questo è il Marocco. Dall'alto tutto appare estremamente piatto, il colore predominante è un ocra che tende al giallo, senza una macchia, senza una minima variazione cromatica, ma tutto cambia mentre lentamente ci si avvicina. L'aereo atterra, il cielo è di un azzurro quasi irreale, dipinto con un pigmento introvabile, il colore che prima faceva da padrone lascia spazio ad una miriade di sfumature, dal giallo al rosso, dal blu al verde, fino all'arancio dei muri e al bianco delle porte. Hussein il Marocco lo ha visto tutto, o meglio, ha visto gli enormi mercati nelle città imperiali, i minuscoli souk nei piccoli villaggi dell'Alto Atlante, la sterminata moschea di Fes, i cammelli e la sabbia di Merzouga ai confini con l'Algeria, i colori dell'oceano a Essaouira e i riad di Marrakech. È una guida, una faux guide, le tanto stigmatizzate figure che pullulano le minuscole stradine delle medine. Il turista ne ha quasi timore, forse più per la fama descritta sulle tante guide che per la vera paura o il "rischio" nell'addentrarsi nei labirinti. Proprio così, le medine sono veri e propri labirinti, e Fes ne è forse l'esempio più emblematico. Un dedalo dove perdersi è inevitabile, quasi piacevole, perché si ha l'impressione di scoprire una città come se si fosse il primo straniero ad entrarci. Fes El-Bali, la città antica, un salto indietro di duecento anni, strade lastricate che in certi punti permettono il passaggio ad un sola persona per volta, asini che trasportano ogni genere di mercanzia, generi alimentari di ogni tipo venduti per pochi dirham e una distesa di persone. Hussein non sembra affatto accorgersi di queste cose, le sfiora, le segue con la coda dell'occhio e sicuro si dirige verso il gruppo di turisti di turno. Li porterà a vedere le concerie, enormi cisterne colorate dove centinaia di piccoli operai tingono le pelli dopo averle cosparse di calce, il procedimento è rimasto immutato, le sole cose che sono state introdotte sono piccole batterie che fanno girare una ruota che strizzerà le pelli prima di stenderle. La collina che sovrasta il "labirinto" si colora così di piccole macchie, sembrano tocchi di colore di un distratto pittore impressionista, e nel loro insieme riempiono la vista. Il gruppo segue la guida pendendo dalle sue labbra, cercando di immagazzinare più nozioni possibili, giurando a se stessi che "no...questa cosa me la ricorderò per sempre!", se solo penso alle volte che l'ho pensata io questa cosa, e che immancabilmente viene dimenticata alla nozione successiva. Attraversano il souk dell'hennè, quello degli artigiani della pelle, quello degli strumenti, quello delle spezie...mentre Hussein scambia occhiate e commenti rigorosamente in arabo con la maggior parte dei venditori. Io sorseggio un tè, ovviamente alla menta e super zuccherato, mentre assisto alla scena, so dove li ha portati, so che ha cercato di convincerli a comprare un tappeto sapendo di ricevere una commissione, so come si sono sentiti nel vedere certe cose...e mi viene da sorridere. Penso sia impossibile il primo giorno nella medina di Fes non essere oggetto delle attenzioni di una guida, ma penso che sia anche il suo bello.
Un fatiscente autobus due volte al giorno lascia Fes per addentrarsi nel Marocco centrale, attraversa piccoli villaggi e spettacolari caravserragli, scala le montagna fino a 2000 metri per poi scendere a sud-est verso l'Algeria. Lascia i pochi turisti e i tanti marocchini a Rissani, la porta del deserto. Ad attenderli ovviamente c'è un "Hussein" pronto ad offrire i suoi servigi, pronto a far scoprire l'immensa distesa di sabbia che in berbero chiamano amichevolmente Lahmada. Il calore è opprimente, le narici e la gola il primo giorno quasi bruciano ad ogni respiro, i movimenti vengono automaticamente rallentati e senza accorgersi ci si immerge in questo strana atmosfera. Erg Chebbi, la duna più alta di soffice sabbia rossa, domina l'orizzonte, nella sua apparente immobilità e nella sua continua ricerca della forma perfetta. Anche qua il turista si sente coccolato, gli sembra ovviamente di essere il primo uomo a salire su un dromedario, il primo a dormire sotto le stelle, il primo ad immergersi in un pozzo dalle gelide acque, il primo a regalare una maglietta ad un bambino berbero.....probabilmente non sarà mai il primo ma anche solo la sensazione che prova è sufficiente a stampargli un pacifico sorriso. Lo stesso sorriso che ho io nell'osservare l'Hussein di turno raccontare improbabili storie, racconti dalla sottile vena ironica, leggende su quest'angolo di paradiso giallo.
![]() ![]() |
Il giorno che si decide di lasciare Merzouga per altre mete, si osservano lentamente le dune e la loro sabbia mentre si allontanano, ma non per sempre, la sabbia oltre che essere entrata in ogni angolo dello zaino ti è entrata dentro, nella mente, nel cuore. Ricordi indelebili. La lingua nera d'asfalto lascia questa zona di confine per addentrarsi in altri scenari, fatti di palmeti, di valli ricoperte da un soffice verde, un colore che ancora non si era potuto notare, forse perché si era troppo distratti su altre cose o forse perché non era ancora il momento. Il Dràa e il Dades scorrono tranquilli senza notare le migliaia di occhi e di obiettivi puntati, senza notare le maestose Kasbe scavate nella roccia che sovrastano il panorama. Il caldo lascia il suo ruolo da protagonista, adesso è il vento il padrone incontratato, Essaouria, la fortificata cittadina che si affaccia sull'oceano, ne subisce la forza e il fascino. I gabbiani si lasciano cullare, il turista prova ad ogni modo a ripararsi e le vele dei windsurf si gonfiano in improbabili boline. Hussein, in questo posto di mare, depone il turbante e imbraccia le quarquaba. Queste particolari nacchere forgiate in ferro risuonano ovunque scandendo il ritmo della musica gnawa, ti invita nel suo negozio, ti serve un delizioso te. L'aria è satura di musica, flauti e tamburi regnano, ci si lascia trasportare tra il mercato del pesce e il souk delle spezie, mangiando qualche dattero gentilmente offerto da una donna avvolta nel suo caftano nero. Essaouira è accogliente, tanti sorrisi fanno sentire lo straniero di turno quasi a casa, e le mura che la racchiudono formano una sorta di guscio dove è piacevole soffermarsi per alcuni giorni. Non c'è né la tranquillità del deserto ma nemmeno la frenesia di Fes. Giorni in cui si ripensa alle cose viste, alle persone conosciute, alle avventure successe, agli incontri, con un piccolo sguardo al futuro, a quello che ancora il viaggio riserva. Ci si prepara per Marrakech. Chiunque arrivi in questa città, vi giunge con un carico d‘aspettative, con le immagini viste su documentari o riviste, con i racconti di altri viaggiatori, immagini che si materializzano nel momento stesso in cui si mette piede a Djemaa el-Fna. Una piazza, un crocevia da cui si è attratti, quasi inconsciamente. La forza che ne scaturisce è racchiusa nel colore delle arance che vengono vendute, dalle melodie degli incantatori di serpenti degli urli delle scimmie, dall'odore d'incenso di un guaritore o dalla meravigliosa performance di un cantastorie. Come a Fes, ci si trova immersi in veri buchi spazio-temporali, catapultati in luoghi e periodi storici antichi.
La sera, l'Hussein di Marrakech torna a casa dopo aver fatto attraversare tutta la medina, dopo aver visto comprare una borsa in cuoio al triplo del suo prezzo, dopo aver accompagnato a visitare il più bello degli hamman della città e aver riaccompagnato nel riad più costoso. Si rilassa, un'altra giornata è passata, domani inizia il ramadam, sarà dura, passerà, e un altro gruppo di turisti vorrà visitare la città. Lo incrocio ai bordi della piazza, "ssalamu' lekum", mi risponde con un cenno del capo. Inscillah.

















