Ritrovarsi al di la' del mare
Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!
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Il mio viaggio negli Stati Uniti è stato solitario, per tanto agoniato, è stato un modo per vedermi fuori dalla quotidianità e capire veramente chi sono, oltre che un modo per vedere una parte di mondo completamente nuova.
Gli appunti che seguiranno sono diretti al mio compagno, rimasto a casa. Un modo di condividere a distanza di tempo un’esperienza unica.
Non ho girato a destra e a manca, non è stato il classico on the road, ma ho cercato di vivere la città, muovendomi con i mezzi pubblici a bighellonando tutto il giorno in giro.
Ho superato la metà del viaggio in aereo da Londra a San Francisco. Ho compilato le due schede che il governo americano richiede a chi arriva.
Ho mangiato.
Mi sono alzata due volte per sgranchirmi e fare pipì.
Ho dormito male.
Ho visto Kong Fu Panda, un pezzo di Forrest Gump, un pezzo di Testimone di nozze, ora guardo Sex and the City, che in italiano ne avevo visto solo la metà.
Ho fatto stranire una hostess, che continuavo a non capire.
Ho pestato le mie vicine di posto per passare.
Mi si è rotta la penna a causa dell’alta quota e ho due dita nere.
Ho buttato una manciata di carte in testa ad un signore che dormiva, mentre cercavo di rimettere apposto il mio bagaglio a mano sulla cappelliera.
Questi sono per me tutti piccoli ma fastidiosi motivi di stress. C’è chi ha volato da piccolo, chi nasce spigliato, io né uno né l’altro, così mi trovo a 28 anni come un pesce fuor d’acqua.
Perché solitamente la gente si divide tra chi è curioso e sfrontato e impara a fare le cose da solo, chi non se la sente e si muove in branco, senza lasciare mai molto il suo gruppo. Io, tanto per fare l’alternativa, nessuna delle due soluzioni, così non si sa se ispiro speranza o pena.
Ai posteri l’ardua sentenza.
Il mio inglese non è migliorato miracolosamente a causa della necessità, come pensavo, ma non mi arrendo.
Pur essendo nella classe economica, il servizio della British Airway è inpeccabile, almeno per me che viaggio sempre in low cost, : passano tante volte con bevande calde e fredde, ci hanno dato uno spuntino dopo un po’ che eravamo partiti e il pranzo, pur precotto, era mangiabile, con due scelte a disposizione.
C’è una bionda e bella hostess che sta giocando con una bellissima bimba indiana, sembrano la pubblicità della compagnia.
Ho ancora paura di aver compilato male i fogli e che alla dogana mi mandino a casa.
Ho conosciuto un ragazzo inglese a Fiumicino, molto gentile, bruttino, coi capelli rossi e gli occhi azzurri, che guardava sempre in su come Verdone quando fa la parte di Mimmo.
Lui è americano, ha vissuto 9 o 7 anni a Los Angeles, mi ha detto di stare tranquilla che là la gente è molto "friendly". Fa il ricercato in un’università in Inghilterra, ma che cerca non me l’ha detto. Forse è sottinteso che cerca qualcosa di specifico, ma io frequento operai e musicisti e non so cosa si cerca quando si fa il ricercatore, ma tant’è...
E’ stato scoraggiato dal mio scarso inglese a continuare la conversazione. Si chiama Alex. Sono stata contenta che si sia stancato di parlare perché ero troppo stanca per concentrarmi.
Sto passando sopra la zona dei laghi: sono immensi, ci sono macchie di terra in mezzo senza niente sopra, solo marrone. Chissà se stiamo in Canada o già in America.
Partiamo dalle ovvietà: mi manchi. E già, che bella scoperta: sono sola da 3 giorni, certo -dirai tu- che ti manco! Cercherò di buttare giù le mie impressioni su questo viaggio: sono ancora stanchina e sballata, ma se aspetto un altro po’ mi scordo quasi tutto.
Aspetta un attimo. Apro la mia bottiglia di vino: 187 ml di chardonnay della California, nel negozio me l’hanno messa a parte, dentro un sacchetto di carta.... Insomma, abbastanza merdoso!
Alla dogana ti chiedono se sei venuto in vacanza, poi una battuta per stemperare la tensione, in fine ti fanno mettere le mani- alternate- e i pollici su uno schermo verde e ti fanno una foto senza occhiali.
Ah! Nota per quando verrai in America: qui tutti, e sottolineo tutti, ti fanno passare agli incroci senza semaforo, anche se non ci sono le strisce. E’ quasi una rottura, perché si fermano che ancora non sei arrivato al marciapiede, a me viene da correre e qui le strade sono tutte immensamente larghe. Ma è una cosa mia, perché gli altri non si mettono a correre e nessuno gli suona dietro.
La prima mattina in giro ho fatto una marea di foto alle case, ma ho visto che rendono poco. Cercando a zonzo un posto per comprare un biglietto cumulativo per i trasporti ho trovato il capolinea del Cab – quel tram dove ci sono i sedili esposti verso l’esterno- e, visto che il punto informazioni era chiuso a quel ora, ho pagato cinque dollari per una corsa e sono salita.
Devi vedere che roba assurda: questo affare, arrivato al capolinea, va girato a spinta su una piattaforma che lo fa ruotare finché non è pronto per ripartire e tornare indietro. Lo spinge un uomo puntandosi con la schiena su una placca di metallo.Per quando sono arrivata al centro il tempo era completamente cambiato e in felpa mi stavo gelando– ogni quartiere in cui ti sposti ha un clima diverso-, così sono entrata in un Burger King per prendere qualcosa di caldo e qualcosa da mangiare, visto che la sera prima non avevo fatto cena: ho preso gli sticks di pollo fritto e un caffè. Non è ustionante come quello inglese, stai tranquillo.
Fuori dal negozio c’era scritto che non si poteva entrare per solo riposarsi, e quando sono dovuta andare al bagno ho dovuto affrontare un Marcantonio nero alto due metri che mi ha chiesto se ero una cliente. Gli ho detto che avevo appena finito, indicando il tavolo da cui mi ero alzata come se lui avesse potuto vederci il mio passato.
Uscita ho girato un pezzo per capire dov’era l’ufficio del turismo di cui avevo letto sulla guida. Alla fine ho capito che c’ero passata sopra più volte,perché era in un sottopassaggio. Ho fatto una cavolata: ho comprato il biglietto cumulativo per i trasporti, ma potevo aspettare, perché come avevo letto ce n’era uno unico anche per i musei. Ma non capivo dove dovevo prenderlo, poi l’ho trovato in ogni museo.
Poi sono arrivata a piedi a Chinatown, ho proseguito dentro il quartiere italiano, fino alla piazza con la chiesa grande. Sono entrata in chiesa, ho pregato per sentirmi più sicura e cercare aiuto per sapere che fare dopo il mio ritorno. Era quasi ora della messa, così ho approfittato per vivere una cosa così, senza giudizi e senza tabù . Eravamo una decina, quello che aiutava il prete era un vecchio alto , coi capelli arruffati grigi ed una tuta integrale da motociclista, di quelle con i para gomiti e ginocchia. La signora che ha fatto la lettura era una cinese. Ho preso anche la comunione, volevo fare tutto come se facessi davvero parte della situazione, ma non so se succede qualcosa se non sei battezzata,...bò, ormai...
Sono uscita più serena; ma subito mi ha captato il classico accalappiatore fuori da un locale italiano:"Italiana? Fagli un caffè buono a ‘sta ragazza!"
Non avevo le forze per resistere, in compenso dopo rischiavo l’infarto perché ero già piena di caffeina. Ho scambiato due parole con un cameriere italiano che lavorava lì, se non me lo diceva lui non mi sarei neanche accorta di stare davanti alla famosa libreria di Ferlinghetti.
Ho proseguito fino a Chinatown,e l’ho trovata meravigliosa: qui i cinesi sono sinonimo di banchi pieni di verdure fresche e ripiani colmi di cibo in scatola o secco.
Ad un certo punto entro in un posto che da fuori non si capiva cos’ era. Un signore mi accoglie sorridendo, chiedo se posso fare delle foto, dice che posso. Sembra un tempio: ci sono statue con davanti frutta o incenso, in alto tutti foglietti attaccati, gente che aspetta seduta,l’uomo si mette seduto ad un tavolo dove ci sono due signore che puliscono i fagiolini. Alla fine ho capito che era un luogo dove la gente andava a curarsi, e lasciava offerte e voti mentre aspettava il suo turno.
Alcune delle foto inviate per questo racconto non abbiamo potuto pubblicarle in quanto il file risultava corrotto, qui trovate quelle che sono risultate editabili












