Passeggiata Ipogea
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Dopo lunga e trepidante attesa finalmente è giunto il grande giorno della partenza: destinazione Toscana, Levigliani per essere precisi, con l’obiettivo di effettuare la cosiddetta Traversata Becco – Farolfi, nel complesso ipogeo del Monte Corchia.
Il massiccio in questione è caratterizzato dalla presenza di uno dei più imponenti sistemi carsici del nostro paese e dallo sviluppo, al suo interno, di una vastissima rete di gallerie e pozzi scavati dall’acqua che, per quanto ne sappiamo oggi, raggiungono un'estensione di circa 60 chilometri.
La nostra impresa è piuttosto semplice rispetto a quella compiuta da chi, già alla fine dell'ottocento, ha portato per primo la luce della propria lampada a carburo in quel sottosuolo, ma per la sottoscritta, reduce soltanto un anno fa dal corso base di speleologia e quindi neofita in materia, rappresenta quasi una spedizione himalayana.
La tabella di marcia prevede l’avvicinamento ad uno degli ingressi alti del complesso, il cosiddetto ingresso del Becco, la discesa dei pozzi e delle gallerie che portano all’abisso Farolfi, e l’uscita da un ingresso basso: in tutto si ipotizzano circa 15 ore di grotta ed almeno due tra avvicinamento e rientro alle automobili.
Il viaggio in macchina da Trieste è lungo e faticoso, anche a causa di uno sbaglio di rotta che devia l’itinerario per tortuose strade secondarie dell’Appennino tosco – emiliano.
All’arrivo a Levigliani, piccolo borgo in provincia di Lucca, ad accoglierci c’è la signora Piera, tenace proprietaria dell’Albergo Vallechiara, che riserva uno spartano appartamento agli speleologi squattrinati come noi.
La sistemazione è essenziale ma dignitosa, nonostante la temperatura interna sia quasi pari a quella esterna di zero gradi ( chi poco paga...).
Il vitto invece è assolutamente soddisfacente: a cena la signora Piera, che fa anche la cuoca, scodella pietanze di ogni genere rigorosamente fedeli alla cucina tipica locale, annaffiate da abbondante vino anch’esso autoctono.
La sera ci trasciniamo tutti a letto, incuranti del gelo che ci circonda e della sveglia che ci aspetta di lì a poche ore.
La mattina presto ci alziamo intorpiditi e fatichiamo non poco ad indossare le tute ed a preparare i sacchi con i materiali che dovremmo portarci in grotta: fuori fa molto freddo ma la giornata è soleggiata e come ogni volta, nonostante la passione per questa attività sia tanta, l’idea di addentrarsi nel sottosuolo lasciandosi alle spalle la luce del giorno è dura da accettare.
Lasciate le macchine in quota iniziamo a camminare su di un sentiero largo e battuto, infagottati nelle tute speleo e carichi come muli. Quando svoltiamo la curva e ci troviamo sull’altro versante del monte, quello rivolto a nord, ci si presenta un paesaggio completamente coperto dalle abbondanti nevicate dei giorni scorsi e la progressione viene notevolmente rallentata.
L’ingresso del Becco è posto su una cengia di roccia all’interno di una delle tante cave di marmo presenti nella zona: l’entrata in questione è stata scoperta proprio grazie all’attività estrattiva.
L’attesa al primo pozzo è tormentata dalla forte corrente d’aria fredda che, dall’interno, viene espulsa all'esterno dell’abisso: la sensazione di ipotermia, tuttavia, scompare non appena si inizia a scendere la sequenza di pozzi ed a muoversi nelle gallerie. La temperatura interna costante di otto gradi, seppur bassa, è comunque più confortevole di quella esterna.
Una volta acclimatata al nuovo habitat inizio a guardarmi attorno: questa grotta è estremamente diversa da quelle a cui sono abituata, gli ambienti sono ampi e spaziosi e la roccia pulita. Si procede tra blocchi di marmo purissimo e bianchissimo, seppur allo stato grezzo, in assenza delle concrezioni che caratterizzano, nell’immaginario collettivo, l’idea di grotta. Dove l’acqua scorre senza gocciolare, le concrezioni non si formano, e la grotta si può dire attiva, ancora in evoluzione.
L’intrico continuo di gallerie, alcune delle quali non ancora esplorate, assomiglia ad un labirinto nel quale perdersi è estremamente rischioso: cerchiamo quindi di procedere in fila indiana, tenendo sempre d'occhio chi sta davanti e chi sta dietro, per evitare di distanziarci troppo e di rallentare in tal modo la progressione.
Mentre cammino per queste gallerie, calpestate dai molti pionieri della speleologia che prima di noi si sono addentrati nell'oscurità del sottosuolo, penso che l'esplorazione ipogea, al giorno d’oggi, rappresenta forse l’ultima frontiera dell’ignoto, l’ultima possibilità per l’uomo di scoprire ancora posti nuovi ed intatti, posti che sono rimasti immutati da millenni e che, se nessuno li andrebbe a cercare, potrebbero restare identici per un ugual periodo.
Mi chiedo quanto sia positivo rendere nota l'esistenza di questi gioielli della natura, esponendoli così al rischio dell'inquinamento, del vandalismo e dell'incuria, difetti questi diffusi purtroppo anche nel mondo speleologico.
Poi però mi rendo conto che se nessuno avesse rischiato, se nessuno si fosse preso la briga di esplorare e di diffondere, io oggi non sarei qui ad ammirare questo posto magico. E forse spetta proprio a noi, fortunati visitatori, coltivare la cultura della tutela di questi ambienti così belli ma così fragili, sempre in precario equilibrio.
Le ore passano senza che ce ne accorgiamo, solo la fame, la sete e la stanchezza ci ricordano che siamo lì sotto da molto tempo.
Dopo la discesa del famoso " Gran Sabba ", pozzo profondo circa 80 metri nel quale ci si immette attraverso una angusta apertura suo fondo di una cavernetta trovandosi immediatamente appesi nel vuoto più oscuro, tutti iniziamo a sentire la voglia di tornare alla luce e cerchiamo di accelerare il passo per raggiungere velocemente l’uscita.
Gradualmente tutti iniziamo a sentire un aumento di circolazione d'aria, quasi un vento che, a momenti, spegne la fiamma del casco e gela il sudore sulla schiena. E' il segnale che la traversata è quasi conclusa.
Paradossalmente, nonostante la grandezza di tutti gli ambienti incontrati, l'uscita è particolarmente stretta ed insidiosa. E' posta sul versante del monte sferzato dal vento e questo complica ulteriormente la manovra, impedendo di tenere gli occhi aperti a causa della neve, spinta all'interno dal vento gelido.
Piano piano, come una talpa infreddolita, metto la testa fuori dal buco, poi il tronco ed infine mi siedo con le gambe a ciondoloni sul bordo dell'ingresso: siamo su un pendio innevato molto ripido, che a causa della temperatura ( - 6 gradi scopriremo più tardi, giunti alle macchine ) risulta completamente ghiacciato.
Con le mani congelate cerco i ramponi nel sacco speleo ed aiutandoci l'un l'altro tentiamo di assicurarli alle pedule. Cautamente iniziamo il lento rientro risalendo il pendio, cercando di stare tra gli alberi ed evitando i tratti più esposti.
Ci mettiamo circa 30 minuti per raggiungere le automobili, sono le tre del mattino ed il paesaggio sembra completamente diverso da quello ricordato: sarà la stanchezza, sarà la neve caduta, sarà...
Togliamo il minimo indispensabile e ci catapultiamo dalla signora Piera, mai così felici di avere a disposizione un appartamento gelido che, ora, ci sembra un accogliente rifugio alpino.
La mattina dopo ci svegliamo alle 10.30 passate, ancora bisognosi di sonno e di caldo ma anche di cibo, esigenza questa subito soddisfatta dalla nostra cuoca toscana che, in pochi minuti, prepara una specie di colazione / pranzo che sfamerebbe un branco di elefanti.
E qui si conclude la nostra avventura, almeno per ora: il complesso del Corchia offre un'infinità di itinerari speleologici e sicuramente tornerò in questi luoghi che, anche se non alla portata di tutti, non risultano particolarmente proibitivi se accompagnati da persone esperte e che conoscono la zona. E per tutti gli altri c'è sempre la parte turistica dell'Antro del Corchia, ugualmente affascinante anche se meno avventurosa ed impegnativa.






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