Maui, ovvero Avventura di un'amazzone


Maui, ovvero Avventura di un'amazzone



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Autore: 
Irina Savio

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La mia avventura si svolge sulla bella isola di Maui, nell'arcipelago delle Hawaii.
È un'avventura mozzafiato, ricca di imprevisti e di colpi di scena, talvolta oscurata da intrighi e sabotaggi, altre volte rasserenata da incontri pittoreschi e ghiotte opportunità, ma sempre vissuta con lo spirito di un'indomita amazzone.
È un piatto ricco e prelibato, così ricco che doverne spremere un concentrato è compito atroce e penoso. Ma tanta è la prelibatezza che voglio offrirne un assaggio pure a voi.
Tutto è iniziato quando ho deciso il mio prossimo progetto di vita, tanto strampalato quanto genuino, che si riassume più o meno così: diventare un'agricoltrice biologica.
Imparando l'arte a bottega, affondando le mani nella terra fino al punto di non riuscire a scorgere neppure un millimetro di pelle pulita sotto le unghie.
Per andare a fare il topo di campagna ho pensato bene di scegliere una meta bella e impossibile, così impossibile che, se non avessi trovato qualcuno disposto a offrirmi vitto e alloggio in cambio del mio contributo agricolo, avrei potuto respirarne la gentile brezza e goderne i rigogliosi panorami solo nei sogni.
Ma, per fortuna, qualcuno trovai - e un biglietto per le Hawaii comprai!
La mia ancora di salvezza era Philippe, guaritore di cocchi e isolano di importazione francese, che al telefono tanto aveva millantato orti, frutteti e viste mozzafiato.
Il piano era perfetto e io ero pronta a vivere il mio sogno di idillio tropical-rurale cullata dal dolce strimpellar dell'ukulele - e con la sola spesa del volo.
Purtroppo però, come spesso accade nella vita, la realtà dei fatti si è rivelata grama e ben lontana dal sogno di idillio.
Il signorotto francese altri non era infatti che un imprenditore di se stesso con pochi scrupoli e un amore smisurato per il profitto.
E il terreno altro non era che una vasta proprietà con vista mozzafiato (questo sì, bisogna riconoscerglielo) senza alcuna traccia di coltivazioni ma costellata piuttosto di case, capanni e rifugi che affittava alle famiglie del luogo.
La sua "realtà", così amava chiamarla, consisteva nell'adescare giovani viaggiatori raminghi per farli lavorare ai progetti di costruzione e miglioria della proprietà.
Alle viaggiatrici spettava invece compito ben più nobile: preparare smoothies, vendere ananas e spaccare noci di cocco al suo fruit stand, e nel mentre deliziare clienti e turisti con la propria civettuola presenza.
Inutile dire che la situazione mi vedeva furibonda!
D'altra parte le mie finanze sono quello che sono, e non potevo certo permettermi di fare la difficile.
Ho deciso quindi di fare l'occhiolino alla mala sorte e di intraprendere la poco promettente carriera di ragazza fruit stand. Dopo tutto, si trattava di fare i frullati sull'isola di Maui, non certo di farcire piadine sul lungomare di Rimini!
E così ho trascorso un mese e mezzo lavorando per "l'orco francese"(così venne apostrofato dalla famiglia di Roma a cui servii papaia e canna da zucchero), dormendo in una tenda, usando un gabinetto en plein air con vista giungla, allacciando preziosi sodalizi coi miei compagni di sventura e scoprendo il semplice piacere di attaccar bottone con chiunque facesse visita alla baracca dei frullati.

Ma un mese e mezzo può sembrare un'infinità, soprattutto quando è la metà del tempo che il governo americano ti ha concesso sul suolo hawaiano. Inoltre lavorando avevo conosciuto, oltre ai turisti più grettamente turistici, tante persone del luogo che facevano tappa al Huelo Lookout nei loro quotidiani tragitti lungo l'infinita e tortuosa Hana Highway. Personaggi che fino ad allora avrebbero potuto popolare solo le mie fantasie, che invece esistevano per davvero ed erano ben felici di condividere stralci delle loro vite con me.
Sono stati loro a infondermi lo stimolo e lo spirito necessario per lasciare la "fattoria": volevo vedere i luoghi di cui mi parlavano, conoscere le realtà in cui vivevano. E magari trovare un posto in cui poter zappare la terra per davvero.
Così una sera ho informato l'aguzzino francese che la nostra collaborazione era giunta al capolinea e il mattino dopo ho fatto l'autostop in direzione Haiku, verso la casa di Adventure, conosciuto al negozio di prodotti bio più celebre dell'isola.
E allora è iniziata la mia vera avventura, resa ancora più affascinante dai personaggi che di volta in volta ho incontrato nel mio peregrinare.
A cominciare da Adventure, appunto, che si è offerto di ospitare la mia tenda sul suo prato e di condividere con me le sue "facilities" casalinghe in cambio di un piccolo aiuto con il giardinaggio e l'economia domestica. Un uomo la cui eccentricità avrei dovuto intuire già dal suo biglietto da visita, farcito di una lunga serie di professioni tra cui: tecnico di computer; soffiatore di vetro; coltivatore di noci; elettricista; skateboarder; musicista; e celestial outreach, attività fino ad allora a me ignota. Probabilmente una professione creata ad hoc dallo stesso Adventure, che mi ha anche esposto le sue teorie in fatto di extraterrestri e di guarigione di auree. Ma la stramberia del mio nuovo amico rappresentava per me il valore aggiunto di una casa infestata dalle termiti e circondata da un parco che definire decadente sarebbe generoso. Adventure sapeva come divertirsi e me l'ha mostrato sin dal primo giorno, sfidandomi in un duello galattico combattuto di fronte a una vallata illuminata dal cielo stellato e dalle nostre spade laser.

Dopo due settimane di divertimenti ho deciso però di volgermi verso altri lidi e, fatti i bagagli, ho inserito la modalità autostop in direzione Hana. Così ho incontrato Skippy, sportivissimo ometto sulla sessantina, metà hawaiano e metà cino-portoghese, imprenditore agricolo, allenatore di una squadra di canottaggio e proprietario di una giungla traboccante di leccornie tropicali, che non ha esitato a offrirmi. Durante le folli giornate trascorse insieme mi ha regalato perle di cultura hawaiana, spiegato i mille e uno modi in cui cucinare il taro, prelibata pietanza che mai può mancare sulle loro tavole, e deliziata con epici aneddoti pescati dal suo ricco e variopinto albero genealogico.
Mi ha poi proposto di stabilirmi da lui per coltivare tabacco e ti, pianta molto rinomata nella tradizione rituale e culinaria hawaiana, che sull'isola cresce come il prezzemolo. L'offerta mi lusingava, ma non volevo sacrificare le gioie dell'esplorazione a una dubbia carriera nelle piantagioni di tabacco.
Ho ringraziato il mio buon amico e mi sono rimessa in viaggio.
Un viaggio in cui sono stata accompagnata da pranoterapeuti da spiaggia, galli selvatici piagnucolanti, vecchi viaggiatori sdentati dai nomi esotici che inventano coreografie con la hula hoop, ragazze madri e ragazzi padri, bambini con nomi improponibili animati da un vivace amore per le pietre, l'astrologia e gli aminoacidi liquidi da spruzzare sul cibo, giocolieri e mangiafuoco, tartarughe addormentate al chiaro di luna, romantici canti di balene, leggende della musica country, italo-canadesi a capo di fattorie a cinque stelle ribattezzatisi con nomi di divinità indù, ragni e stafilococchi, proprietarie terriere ultracinquantenni con a seguito fidanzati surfisti tanto arroganti quanto ventenni, temporali notturni e tende bucate, ex-hippy olandesi ora gattare per amore, lotte territoriali con felini alfa, campeggi off-limits dentro crateri vulcanici dalle atmosfere marziane.

E ancora, raduni serali di canzoni e poesie, capanne improvvisate nel mezzo di foreste di bambù, vecchi dall'udito arrugginito ma con l'olfatto tanto sopraffino da guidarli per il mondo in cerca di ingredienti per oli e unguenti, agricoltori di banane messicani con la passione per la pesca, gli aneddoti militari e i brevetti fantasiosi, turisti cinesi impressionati dai miei saluti in lingua han, insalate di fiori tropicali, ciarlatani della cura dello spirito e coppie di anziani in luna di miele.
E tanto altro, per cui non c'è posto in questo breve racconto ma il cui ricordo ancora si tuffa e mi sguazza nel cuore.





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