La mia India
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C'era una volta una giovane ragazza,appena laureata,che si affacciava al mondo piena di entusiasmo. Aveva un'enorme passione,viaggiare,ed un amore incondizionato per l'India,e così quando decise di partire come volontaria per un qualche luogo remoto del globo non ebbe alcun dubbio sulla destinazione,perché aveva già la forma triangolare del subcontinente marchiata a fuoco dentro di sé.
Era notte fonda quando ricevette l'abbraccio caldo ed umido della sua india.Inspirò profondamente l'aria densa che odorava di bidi e si incamminò verso l'uscita dell'aeroporto di Bangalore,a testa alta,e con la piena ed intima consapevolezza che stava per intraprendere la più straordinaria avventura della sua vita.
Trovò ad attenderla juhi,una studentessa indiana dalle gote paffute e dal sorriso contagioso,con la quale aveva instaurato un' amicizia virtuale nei mesi precedenti,e che si era offerta di ospitarla per le prime notti.
Carica di eccitazione e con la mente leggera le fu difficile prender sonno,rannicchiata com'era sul sottile materassino adagiato sul pavimento,ed ogni qual volta riusciva a socchiudere le palpebre il buffo cocker bianco e nero adagiato nella cuccia accanto la sfiorava con il suo naso umido.
Com'è bizzarro il concetto di tempo,può arrivare a dilatarsi come come un chewingum teso in un palloncino colorato.Tre giorni si trasformarono in un frammento di eternità ed improvvisamente,in quell'ambiente accogliente,tra quella gente affettuosa,si sentì a casa.
Trascorsero ore al tavolo della cucina rimpinzandosi di leccornie piccanti e speziate e chiacchierando con la madre e la nonna mentre sfogliavano divertite i vecchi album di famiglia;i pomeriggi li dedicarono ai giri per la città,ai chai bollenti e deliziosi,ai massaggi ayurvedici ed a i lunghi discorsi.Le notti invece ballarono sino all'alba nei locali più esclusivi della città assieme all'allegra combriccola di juhi.Ebbe modo di conoscere un'India insolita e patinata,di cui non immaginava l'esistenza,dove i saree lasciano il posto a minigonne e scollature,e le birre vengono preferiti ad i mango lassi.
Lasciò Bangalore con gli occhi gonfi di lacrime ed il cuore ricolmo d'amore per quella gente,per quella terra che ancora una volta le stava regalando tanto.
Con uno scalcagnato aeroplanino volò sino a Mangalore,graziosa cittadina sulla costa,ringraziando tutto il pantheon induista quando toccò terrà sana e salva.Fu lì che incontrò Rachele,una volontaria di Milano dai riccioli biondi e dallo sguardo sincero,che presto sarebbe diventata una cara amica.Trascorsero un giorno piacevole cercando riparo dalla soffocante calura rifugiandosi sulla candida spiaggia lambita da macchie di verde brillante e sferzata da un vento caldo e violento.La sera, dopo aver divorato cibi dai nomi strani e scritto qualche fitta pagina di diario,le due ragazze lasciaron correre le ore mentre tra una sigaretta accesa ed una birra gocciolante,impararono a conoscersi condividendo paure ed aspettative.
Il sole era alto in cielo quando,sistemati i loro zaini alla meglio,montarono sul trabiccolo che,tra frenate e frontali schivati,raggiunse Kundapur in tempo per il pranzo.
Questo minuscolo villaggio sul mare abitato solo da pescatori ospitava il meeting che riuniva volontari da tutto il mondo pronti a prepararsi prima di affrontare ognuno il proprio progetto.
Sebbene fosse pronta alle difficoltà che le si sarebbero presentate,quando mise piede nella casa di legno,sudicia e sbilenca,e abitata da insetti di ogni sorta,pensò che proprio non ce l'avrebbe fatta,ed iniziò a meditare ingegnosi piani di fuga.
Fu però grazie agli sguardi complici ed amichevoli degli altri volontari,alle risate che presto iniziarono a risuonare nell'aria,al clima di fratellanza che dopo poco si instaurò tra quelle persone appena conosciute,che decise di rimanere,e fu allora che imparò una lezione che le sarebbe poi riaffiorata alla mente in moltissime occasioni: l'uomo può adattarsi a tutto,non c'è limite che non possa essere valicato,ci vuole solo tempo e determinazione.E ripeté queste parole come un mantra,ogni qual volta doveva affrontare il bagno alla turca dal quale,di tanto in tanto,affioravano blatte enormi,le ripeté ad ogni doccia fatta con il secchio,ad ogni incontro ravvicinato con un ragno,ad ogni pasto consumato con le mani.Ripeté quelle parole così tante volte che ad un tratto dimenticò di ripeterle perché oramai non ce n'era più bisogno,l'India le stava entrando dentro al punto che nulla di ciò che viveva le sembrava più strano.I giorni trascorsero veloci e densi,impararono il dialetto locale e studiarono i rudimenti della cultura indiana,visitarono progetti ed ascoltarono a bocca aperta le esperienze di chi li aveva preceduti;assorbirono come spugne quante più informazioni poterono consapevoli che tutto sarebbe poi tornato utile.Ebbero anche modo di divertirsi i 7ragazzi,esplorando i dintorni,acquistando stoffe colorate da cui ricavarono splendidi abiti,organizzando gite al mare e bevendo birra fuori al cortile,la sera,illuminati solo dalla fioca luce di una candelina e dalla brace intermittente delle sigarette,cullati dal perpetuo lamentoso canto proveniente dal tempio di Anuman che si ergeva dietro casa.
Quanti meravigliosi ricordi legavano già questi ragazzi dopo soli 7 giorni assieme,quanto amore c'era negli abbracci con i quali si salutarono prima di salire ognuno sul proprio autobus promettendosi di rincontrarsi presto.
Ancora non sapevano che avrebbero trascorso assieme tutti i week end a venire,percorrendo ognuno ore ed ore di bus,da solo,pur di ritrovarsi assieme agli altri,ogni venerdì sera,per esplorare un nuovo incantevole angolo di Karnataka.
Il sole era tramontato da un pezzo quando,ancora scombussolata dal viaggio,mise piede a Shimoga.La citta apparve immensa e trafficata ai suoi occhi abituati oramai alle verdi distese e alle placide lagune di Kundapur.Trovò ad attenderla colui che di lì a poco avrebbe chiamato appa, papà,che con un furgoncino scattante la condusse nel quartiere residenziale della città, dove distesi sui divani di casa c'erano i restanti membri di quella che ben presto avrebbe iniziato a sentire come la sua famiglia: Amma,la padrona di casa, nonché fondatrice dell'ashram dove avrebbe prestato il suo servizio,una donnetta piccola e forte dal cuore immenso,che arrivò a volerle bene come una figlia;Prakruthi,la figlia 18enne, studentessa modello di economia,e Putu il figlio 25enne giocatore di cricket che,non badando ai capelli arruffati che le cadevano sul viso ed al sudore che le imperlava la fronte,le rivolse uno sguardo sognante e le cedette la sua camera.
Anche stavolta l'impatto fu piuttosto brutale,ed il buio inaspriva i contorni di un quadro che non era dei più piacevoli da ammirare.Si avvolse in un pareo non curandosi del caldo asfissiante,né delle zanzare che le ronzavano attorno,ed abbandonò il flusso dei suoi pensieri alle pagine del suo fido diario mentre nella mente continuava a recitare le famose parole magiche.
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Aprì gli occhi poco dopo l'alba,madida di sudore,ma felice di essere sopravvissuta a quella prima turbolenta notte.Volse lo sguardo attorno a sé e si rese conto che con la flebile luce che filtrava dalla tapparella sgangherata tutto appariva più accogliente.Si sistemò alla meglio e si avventurò fuori dalla porta.Ebbe così inizio quella che di lì in poi sarebbe stata la sua quotidianità,una serie di piccoli rituali che imparò ad amare.La sveglia biologica sincronizzata con i primi raggi di sole,la doccia con il secchio di plastica arancione,la ricca colazione seduta al tavolo osservando amma intenta nei preparativi del pranzo,le chiacchiere con le vicine,le serate in compagnia della sua famiglia a fare il tifo per una squadra di cricket,le nottate trascorse a scrivere a lume di candela protetta dalla sottile zanzariera rosa.E poi loro,le sue bambine,decine di mani brunite che si levavano quando la vedevano comparire all'orizzonte all'ombra dell'albero di jacaranda,decine di esili braccia che le cingevano la vita in una stretta d'amore quando varcava il cancelletto cigolante,sorrisi candidi pronti a schiudersi per le più piccole cose,occhi profondi che custodivano infinito dolore ma che non smettevano mai di risplendere. Amò quelle bambine sin dal primo momento,e scoprì in sé una forza ed un'energia inaspettate che la guidarono nel corso delle settimane che trascorse all'ashram.Riuscì a coinvolgerle in appassionanti competizioni di inglese,assieme intrecciarono collanine colorate e modellarono pasta di sale,fece loro scoprire la sala scura e polverosa del cinema del paese, suscitando gioia ed eccitazione senza limiti, e cucinò per loro la pasta al pomodoro riscuotendo notevole successo.Giorno dopo giorno le differenze che caratterizzavano i loro mondi si assottigliarono sempre di più e così, fasciata da un saree color lavanda e con i capelli profumati di olio di cocco,inginocchiata a terra accanto alle sue bambine con un tali sulle ginocchia ricolmo di sambar e riso fumante,si rese conto che infondo era una di loro.
Potrei scrivere ancora a lungo per narrarvi gli aneddoti che hanno colorato la mia avventura,ma preferisco concludere con una frase a me cara di Terzani che credo racchiuda l'essenza di questa mia straordinaria esperienza augurandovi un giorno di sentirla vostra come ora la sento mia"Finirai per trovarla la via, se prima hai il coraggio di perderti"















