Karakul


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Autore: 
Elia Bittesnich

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Qualche parola su due giornate vissute in bicicletta nei pressi del lago e del paese di Karakul, nella parte tagika dell’altipiano del Pamir, ciao, Elia.

Verso il lago
Provo un’emozione particolare quando, come adesso, di fronte a me, la strada scende rettilinea e dolce in uno spazio immenso, perdendosi in lontananza verso l’orizzonte. Niente auto. Niente case, niente capannoni, niente cartelli pubblicitari. Niente di niente, solo, sulla destra, il filo spinato lungo il confine cinese. E quella striscia di azzurro, laggiù, a sinistra, in mezzo alla steppa. Apro le braccia, le allargo come se fossero vele e mi lascio sospingere dal vento e dal falsopiano per chilometri indimenticabili. Il sole sul viso, l’azzurro del lago intanto si allarga, e io cerco di immaginare Marco Polo accampato, qualche secolo fa, sulla sua sponda. Senza pedalare, per chilometri, senza mani, senza fatica, senza, col solo, intenso piacere, di essere completamente presente, consapevole di questo momento dell’essere. Oltrepasso due ragazzini che accompagnano alcuni yak lungo il sentiero che dal lago sale verso il paese ed entro a Karakul. La scritta ‘HOMESTAY’ dipinta sul muro di una pensioncina intonacato col fango. Quando ci entro trovo quell’esatta stanza bianca e celeste vista più di un anno prima in una fotografia. La stessa tavola bassa e allungata, la stessa tovaglia fiorita, non mi pare quasi vero e mi godo anche questo momento. Sulla parete, una piccola cascata in mezzo a una vegetazione lussureggiante, una scena qui rara. Ciò che per noi è a portata di mano per loro è esotico e viceversa, in ogni caso sogniamo quasi tutti quello che è lontano, che non possiamo avere. Pali della luce a parte il paese sembra ancora nel 1907 piuttosto che nel 2007. L’unico negozietto apre a richiesta, poche merci e nessuna insegna. Un’unica pompa a mano per l’acqua serve tutta la comunità, l’usarla mi pare un compito riservato ai ragazzini: riempiono grandi bidoni di alluminio e li portano fino a casa su carretti a due ruote, grinta sui loro visetti tesi nello sforzo della spinta. Sono d’accordo con chi ha detto che la vera civiltà sta nella riduzione dei bisogni, non nella loro moltiplicazione, e credo che forse, nella sobrietà di vita di queste persone, ci sia in un certo senso un po’ del nostro futuro. Almeno lo spero.

Verso il Kirgyzstan
Ogni volta che la gamba sinistra raggiunge la massima estensione lui la usa per produrre un fischio. Soffia da sinistra appunto, non è proprio fortissimo, 60km all'ora credo, ma è gelato e non molla un secondo. Rallento stupefatto per lasciar passare un grosso vortice di sabbia che mi attraversa la strada : sta accadendo veramente? Il lato sinistro della faccia e la spalla stanno come addormentandosi per il freddo, penso che dovrei fermarmi e indossare anche il giacchetto sopra le altre maglie che già porto, ma so anche che l'unica cosa che voglio in questo momento, fortissimamente, è non fermarmi mai e lasciare prima possibile questo posto terribile e bellissimo. Quasi a contraddirmi subito una raffica mi spinge sul bordo della strada e mi fa cadere per terra. Stranamente la prendo con filosofia, forse è per la stanchezza, approfitto della sosta imposta per infilarmi, con fatica, il giacchetto. Già che ci sono sistemo anche il foulard che porto avvolto attorno al viso fino alle palpebre, il cappello di lana e il cappuccio del giacchetto in modo da coprire completamente la parte sinistra della testa. Rimane scoperto solo l'occhio destro. Riprendo a pedalare con lo sguardo fisso a terra, solo una sbirciatina a destra ogni tanto a guardare le montagne rosse e le cime innevate che fanno da sfondo alla barriera di filo spinato che delimita il confine con la Cina. Arrivo all'inizio della seconda salita: sento che non ce la posso fare in bici, scendo di sella e incomincio a camminare. Non sono stato in quota abbastanza a lungo per dare il tempo al mio corpo di potenziare la capacità del sangue di trasportare ossigeno, e così, a causa dell'altezza, devo fermarmi ogni 50 metri circa, forse anche meno, per riprendere fiato.

Dopo molte soste arrivo al posto di confine tagiko: sono sull'orlo dell'altipiano: Finalmente. All'interno di una baracca riscaldata tre militari mi informano che per motivi di sicurezza il confine è chiuso e che tale resterà per altri due giorni. L'ufficiale mi dice che devo tornare a Karakul, il villaggio da cui sono partito la mattina. Cerco di spiegargli che non mi è possibile, sono quasi le 16.30, mi prenderebbe il buio, e poi là fuori c'è un freddo terribile, se per caso dovessi avere qualche problema sulla strada del ritorno rischio di congelarmi. Mi risponde che il problema non lo riguarda, non sono affari suoi. Mi offro di pagare per poter dormire almeno per quella notte con il mio sacco a pelo sul pavimento di una delle loro baracche. Mi sfottono, uno di loro mi ride in faccia e mi chiede cento dollari, poi, più seri, scendono a trenta, una discreta sommetta da queste parti : mi rifiuto di sottostare al ricatto di questa gentaccia ed esco. A una ventina di metri noto un edificio diroccato pieno di immondizie e macchinari abbandonati. Decido di passarci la notte, ci sono appena entrato con la bici ma l'ufficiale mi raggiunge e mi scaccia anche da lì intimandomi di tornare a Karakul : uno dei pochi veri bastardi che ho avuto la ventura di conoscere. Ho ancora una possibilità : tenda e abbigliamento adatti per passare la notte in quota. Penso alla depressione che mi coglie immancabilmente ogni volta che dormo da solo in tenda e per il momento accantono l'idea. Mi guardo attorno : 100 o 200 metri più in basso, a circa mezzo chilometro dalla strada da cui sono salito e in mezzo alla desolazione più totale, noto una casetta. Mi pare abbandonata, non ne esce un filo di fumo, attorno non c'è niente che mi faccia pensare a una qualche attività umana e non c'è neppure una strada per arrivarci, decido lo stesso di fare un tentativo. Forse posso sfondare la porta a calci, se ce n'è ancora una, forse dentro ci trovo un lettaccio, magari ci abitano addirittura dei pastori. Con il cuore pieno di rabbia e di speranza incomincio a ridiscendere lungo la strada, e di lì a poco mi accorgo che, incredibile, il vento è cessato. E' una grande fortuna, una vera grazia da queste parti, dove l'aria di norma è calma solo la notte e nelle primissime ore del mattino. Non mi attira molto neanche l'idea di dormire in una casa abbandonata e così decido di approfittare dell'assenza del vento per fare una corsa e tornare a Karakul adesso. Di fronte a me ho due ore e mezzo circa di luce e 52km del nulla più totale : non una casa, non un'automobile, non un albero o cespuglio. Mentre procedo spedito ringrazio il mio corpo che, nonostante sia affamato assetato e stanco riesce a spingere ancora forte sui pedali. E’ ancora giovane, è ancora forte. Al tramonto sono sui 4200m del passo che sovrasta il lago Karakul: la superficie del lago è già in ombra, le montagne innevate alle sue spalle e il rettilineo che scende di fronte a me per 10km verso di esso sono completamente sommersi dalla luce calda del sole : è la cosa – più bella - che abbia - mai visto.

Mezz'ora dopo circa sono sull'ultimo rettilineo, 6km che conducono al paese. E' buio pesto ormai, in lontananza mi pare di scorgere le sagome delle case, ma non arrivano mai, sono sfinito. Quando entro a Karakul lo trovo completamente deserto, non c'è una sola piccola luce accesa, anche la luna è spenta, le case sono tutte uguali: con l'aiuto di miliardi di stelle e un po' di fortuna riesco a ritrovare la pensione da cui sono partito al mattino. In piedi, davanti alla porta, il mio corpo mi ricorda che in 104km di strada sempre tra i 3800 e i 4200m di quota non ha mai mangiato né bevuto. Afferro la bottiglia d'acqua che porto fissata al telaio della bici per berne un sorso, ma quando la capovolgo non ne scende una sola goccia: si è completamente gelata. Spingo la porta, sto entrando, grazie a Dio è finita.





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