Kahtmandu, Nepal 2000
Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!
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Dovrei scrivere un libro solo per spiegare la genesi di questo viaggio. Oppure basterà dire che l’idea è stata gettata lì da Paola un pomeriggio di fine luglio, nel prato della sua casa in collina: "Perché non andiamo a Kathmandu?".
Ventiquattro ore di viaggio tra soste in aeroporto e voli interminabili, alla fine atterriamo a un’ora imprecisata in un aeroporto campestre dove mi aspetto quasi di vedere le galline sulla pista, circondato da prati verdi, da campagna lussureggiante. Niente bagagli, come ci aspettavamo. Per fortuna nello zainetto abbiamo un set di sopravvivenza.
All’uscita dell’aeroporto, nonostante le sue minuscole dimensioni, ci aspetta un nugolo di tassisti che si litigano il privilegio di scortarci all’hotel - sotto l’acquazzone monsonico non capiamo più nulla, ci lasciamo acchiappare da una coppia di prestanti giovanotti dalla pelle color cannella e ci infiliamo nell’auto. Comincio a intravedere l’Asia, l’Asia che imparerò ad amare così rapidamente. Lungo la strada dell’aeroporto si incontra ogni genere di animale da cortile, dalle oche alle galline, fino alle mucche. Qua e là una seggiolina impagliata e uno specchio tenuto in mano dal cliente segnalano la presenza di un alacre barbiere.
Il taxi svolta per una strada fangosa e stretta, piena di buche. Il panorama mi appare alieno, un altro mondo: i colori, gli odori, il caos di clacson e la pioggia, la stanchezza... tutto sembra così fatiscente, così incompiuto: le case non hanno il tetto, sono coperte da terrazze di cemento piatte e quasi sempre ci sono delle travi di ferro che sporgono come antenne.
Al Potala Guest House, la nostra pensioncina, finalmente ci danno la chiave della camera che sarà la nostra casa per due settimane. Ci sono due ambienti, una specie di salottino con letto singolo, la camera con due letti singoli e il bagno. Perfetto. Pulito, anche se le lenzuola piene di buchi mi fanno pensare a lauti pasti di topi. Il tempo di sdraiarsi, darsi una rinfrescata e sono le sette, ma – sorpresa! – fuori è quasi buio. All’inizio di agosto? Abituate al nostro occidente, il buio dell’Est ci sorprende come un ladro entrato di soppiatto.
Usciamo a procurarci la cena. Il primo vero contatto con questa misteriosa Kathmandu. Sono in Nepal, mi dico. Non sembra reale. Vaghiamo stordite lungo strette strade buie, quasi alla cieca, non ci sono lampioni e l’unica illuminazione è quella di fioche lampadine dai pochi negozietti ancora aperti. Le strade non sono lastricate, affondiamo in una fanghiglia morbida. Cammino, la sensazione di irrealtà si accentua: è come se fossi sprofondata nella tana del Bianconiglio. Nell’oscurità scorgo brillare di occhi, di denti. Mi arrivano profumi di fiori e di frutta, profumi d’incenso e spezie, profumi che sembrano scesi da un paradiso pagano popolato da divinità dalle molteplici braccia. Dietro un angolo, all’improvviso, mi trovo davanti la forma estranea di un piccolo tempio, una pagoda ornata di fregi delicati. Il naso è solleticato dove gli occhi non servono, e mescolato al profumo un odore più sottile di decomposizione, di morte. Sono i miei sensi, i miei visceri a percepire il ciclo della vita, della morte, della rinascita, prima ancora della mente. Offerte sacrificali abbandonate accanto a quelle che sembrano pietre dipinte di arancione: foglie seccate in forma di ciotola con al centro un mucchietto di riso colorato, qualche fiore. Piccoli idoli annidati nelle loro nicchie, cosparsi di tintura scarlatta come meretrici, sanguinanti come tori alla fine di una corrida.
Ecco, abbandono ciò che sapevo, abbandono l’Occidente, le città, il raziocinio. Spalanco gli occhi e comincio ad assorbire, risveglio tutti i miei sensi per prendere in me il Nepal, Kathmandu, l’Oriente. E’ in quelle prime ore passate a vagare in una città che sembra uscita da un sogno che inizia davvero il mio viaggio. E’ quella prima sera che mi rimane stampata nella memoria, a distanza di anni, notte di una struggente e misteriosa perfezione.
Finalmente, dopo tanto camminare, scorgiamo un ristorante. Cucina indiana. Ci bruciamo il palato con quel cibo esotico che ci cattura subito. Il cibo indiano, quando ben cucinato, è stupefacente. Si ha la sensazione che la mente non riesca a tener dietro alle caleidoscopiche sfumature che la lingua e il palato percepiscono. Lascia appagati, stuzzicati, eccitati. Consistenze cremose a contrasto con sfogliate croccanti, l’esplosione del cardamomo, il pizzicore della cannella. Nel riso dai chicchi lunghi e morbidi, punteggiati di rosso o di verde per contrastare con il resto del naturale candore, si annidano anacardi, minuscole prugne dal sapore aspro, dolcissimo ananas. Il curry sembra bruciare, ma è come la collera di un innamorato: presto si smorza, rivelando sapienza e sapore ineffabile.
Dormiamo. Nelle nostre lenzuola bucate dai topi, dimentiche di ogni cosa, dormiamo.
All’alba non è il traffico a rendere più leggero il mio sonno, ma le campanelle degli altari votivi e dei templi. I nepalesi vanno a dormire presto e si alzano presto, salutano la loro giornata con un’offerta al tempio e facendo suonare le campane rituali. Il giorno si anima, i ratti si nascondono.
Durbar Square, la piazza della corte, è uno spettacolo continuo. Decine di templi sono visitati soprattutto da donne piccole e snelle, dai vestiti coloratissimi, dagli splendidi capelli neri lunghi e folti, sgargianti macchie di colore contro il grigio e il rosa delle pietre. I sadhu, santoni che dovrebbero aver rinunciato alla mondanità, ti fermano per farsi fotografare in cambio di qualche rupia. Diventiamo abili a dribblare le innumerevoli offerte, insistenti ma sempre gentili, di strumenti musicali e orologi, benedizioni e collane floreali. Durbar Square è affollata di donne, di santoni, di mendicanti e di turisti. E’ affollata di mucche sacre con i loro vitelli, scimmie, ricsciò, taxi, bancarelle, negozi, poliziotti, venditori ambulanti, piccioni, piccioni, piccioni. Dal tempio di Shiva e Parvati la coppia divina ci osserva, affacciata al balcone come le nostre comari di paese. Qui vive anche la Kumari, la dea bambina, una piccola schiava che fino alla pubertà viene trattata come una dea e poi gettata via per far posto a una nuova incarnazione della divinità.
Sulle rive del fiume andiamo a vedere dove bruciano i morti, dove la gente va al tempio e getta offerte al fiume, anch’esso una manifestazione del divino. Ci sistemiamo sul lato meno affollato, dove non ci sono templi, e come ormai facciamo d’abitudine ci sediamo in silenzio e guardiamo. I fedeli escono dal tempio e si accalcano sulla riva davanti a noi, posando sull’acqua che scorre rapida le offerte votive. A pochi metri ci sono le pire funebri. Un fumo acre e denso si alza verso il cielo quando viene dato fuoco al legno. Ben presto le fiamme divampano e il corpo viene abbracciato da lingue di fuoco, scompare.
Entrare a Bodnath è ancora una volta come varcare la porta di un altro mondo. Protetta da mura alte, Bodnath raccoglie una gran parte di esuli tibetani intorno a un gigantesco e meraviglioso stupa. Non è l’odore dolce dell’incenso che respiriamo in questo luogo sacro, ma l’amaro, secco profumo del ginepro. Qui c’è silenzio. Pace. C’è serenità. Lo stupa è una costruzione incredibile, a pianta quasi quadrata, con una grande cupola bianca e una pagoda in cima, decorata con due occhi che la fanno sembrare un uomo con un copricapo alto. Si circola facendo ruotare le decine di mulini di preghiera. Le preghiere qui hanno molti modi per raggiungere il cielo: ruotando un mulinello al cui interno sono annidate pergamene in sanscrito, o appendendo, dalla sommità della pagoda fino a terra, file di coloratissime bandierine con mantra scritti su ogni triangolo di tessuto. Ritorniamo quasi ogni giorno a Bodhath. Restiamo ore a guardare la gente, il cielo sempre nuvoloso, i monaci in preghiera. Il silenzio fra noi è così riposante, i nostri pensieri seguono strade gemelle, non occorrono parole.
Infine eccoci a salire i trecento gradini scavati nel fianco di una collina che ci conducono a Swayambunath, il tempio delle scimmie. Ci saremo guadagnate il paradiso, con questa fatica? Il caldo umido è opprimente, sbarchiamo con il fiato mozzo e siamo accolte da una miriade di scimmie sfrenate che tentano perfino di scippare i visitatori. I monaci tibetani che vivono qui hanno occhi profondi e sereni, con una risata divertita nel fondo. Assistiamo in rispettoso silenzio, a piedi scalzi, a una delle loro cerimonie. C’è un monaco grassoccio di mezz’età che non smette di tormentare il suo vicino: sembrano due scolaretti. Quando il suo vicino reagisce infastidito, lui si butta via dalle risate. Dietro di loro, i marmocchi allievi stentano a star svegli, ma ci pensa il bambino addetto alla distribuzione del tè al latte: a chi dorme, con somma soddisfazione, appioppa un sonoro ceffone. Mio malgrado, pur non capendo nulla di cosa viene detto ma trascinata dal ritmo, dai cembali, dal suono profondo delle lunghe trombe tibetane, mi immergo nell’atmosfera e mi accorgo che sto piangendo.
Piango anche quando devo tornare a casa. Piango per tutto il volo di ritorno, accasciata sui sedili dell’aereo semivuoto, piango tutte le mie lacrime. Non voglio tornare. Non voglio tornare. Non voglio tornare.
Però è già dal giorno dopo che entrambe ci accorgiamo che, in fondo, un po’ di Nepal ce lo siamo portate dietro... sotto forma di un virus intestinale che non ci molla per un mese intero!








