Istantanee dal Tajikistan
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Tra agosto e novembre del 2007 me ne sono andato a zonzo in bicicletta per Turchia, Armenia, Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan. Di tutte le situazioni che ho vissuto in quei mesi ve ne racconto alcune vissute mentre attraversavo la regione tagika del Gorno-Badakshan.
Majulisar
Le parole in russo che va bofonchiando mi sono incomprensibili, ma coi gesti mi fa capire che posso dormire a casa sua. Mi pare un contadino, la sistemazione potrebbe non essere delle più confortevoli, già una volta mi sono preso le pulci in una situazione simile, ma entro mezz'ora sarà buio, io sono in sella da almeno 10 ore e così accetto. Il piano terra credo sia delle mucche, quello superiore della famiglia, una famiglia povera anche per il Tagikistan direi. Un bambino di 10 anni, Majulisar, appare nell'oscurità del cortile e mi accompagna su per la scaletta fino alla cucina. Il suo libro d'inglese sul davanzale della finestra, una stufa completamente arrugginita, un fornello elettrico, un attaccapanni, un materasso sudicio appoggiato sul pavimento in cemento, di giorno tavolo da pranzo, la notte giaciglio. Cena : lo sguardo mi cade continuamente sui buchi enormi nelle scarpe del bambino. Il padre, musulmano ismailita, recita il rosario su delle stuoie nell'ingresso, un profluvio di lamentazioni misto a genuflessioni e momenti di raccoglimento. Sulle stesse stuoie passo la notte, senza pulci per fortuna. A colazione : loro margarina iraniana sciolta in acqua calda, io latte in polvere Nescafè e biscotti. Nell'andarmene approfitto della assenza dei genitori per offrire dei soldi alla sorella maggiore di Majulisar per un paio di scarpe nuove per lui : quando sai che stai sbagliando ma non riesci a trattenerti. "Non ce n'è bisogno, ne ha delle altre!". Non vogliono un centesimo neanche per il cibo, e sono poveri davvero. Majulisar mi ha colpito fin dall'inizio per la sua intelligenza e serenità, mentre salgo in sella lui, con una semplice felpa leggera nonostante gli appena 7 gradi, cingendosi i fianchi con le braccia per proteggersi dal freddo, continua a salutarmi con lo sguardo sveglio sotto lo zucchetto di ismailita. Lo ricordo ancora che trema dal freddo, ma ormai riesco a farlo senza tristezza per la sua felpa leggera e i buchi nelle scarpe, alla fin fine è un bambino sereno con una famiglia che lo aiuterà a crescere ed è questo che conta di più. Domani riprendo a salire verso l'altipiano del Pamir.
La casa dei cantonieri (Pamir)
Non sto prestando molta attenzione al ‘cuoco' che, in piedi, affetta la cipolla, ma quando sento il suo gemito brusco mi alzo con gli altri a guardare. Il taglio è brutto, tra pollice e indice, profondo. Per fortuna sanguina poco, ma con le condizioni igieniche che ci sono da queste parti è meglio non sottovalutarlo. L'ospedale più vicino credo disti diverse centinaia di chilometri e di preciso non saprei neanche dove andarlo a cercare. L'afghano dà un'occhiata alla ferita e con un gesto della mano e una smorfia bellissima di sprezzo sul viso mi fa capire che al suo paese di una cosa del genere non si preoccupano neanche i bambini. Io sì invece. Prendo la mia borsa del pronto soccorso e mi metto all'opera. Mi lavo le mani, vorrei versare un po' della mia acqua minerale in una bottiglia e diluirci dell'Amuchina per disinfettare la ferita, ma scopro che questi simpatici cantonieri, oltre a non avere corrente elettrica, acqua corrente, gas, automobile, non hanno neanche una bottiglia. Apro la piccola confezione del succo di frutta che ho bevuto poco fa, la sciacquo con acqua minerale, ci verso altra acqua minerale e Amuchina e con questa soluzione disinfetto il taglio. Sto preparando bende e cerotti quando mi accorgo che il ‘cuoco' si sta asciugando la ferita con un fazzoletto molto più che lercio, gli dico brusco di piantarla subito, poi fascio la ferita e fermo il bendaggio con un cerotto a nastro. Mi pare tranquillizzato, siede a terra in un angolo, sulle stuoie, si calma. Sua moglie completa la cena. In cinque, cioè tutti tranne lei, ci accucciamo per terra attorno al basso tavolino e attacchiamo il piatto più comune in Tajikistan : brodo con poche verdure e un grasso pezzo di carne di montone. Con qualche smozzicata parola di inglese e di russo riprendo il dialogo con l'afghano.
Tra una cucchiaiata e l'altra esprime tutto il suo consenso per i talebani, per Putin, e il suo disprezzo per l'uomo attualmente al governo nel suo paese. E' estroverso, sicuro di sé, pieno di energie e di calore, un gran personaggio. Poi, come gli altri, prende una sigaretta dal pacchetto che gli ho regalato, inizia a fumare. Quando ripenso a lui lo vedo ancora lì, nell'angolo, sulle stuoie, vicino la stufa, il pakul in testa, la barba incolta, il gatto accoccolato presso la sua spalla, le gambe lunghe distese. Alcune chiacchiere volano ancora nell'aria, sempre più basse, tra il fumo del tabacco: è duro lavorare sulla strada, qui, in inverno, con la neve e la temperatura che scende a -40°, -50°. A letto, nel camerone comune, il fumo del lume a petrolio punge le narici. Sento i guaiti del cucciolo che si era nascosto in corridoio, tra le ruote della mia bicicletta, e che ora viene cacciato fuori in malo modo. Spero che il pelo più folto e bello che abbia mai visto lo protegga dal freddo già intenso. Se qua è dura la vita dei cantonieri, come deve essere quella del cane dei cantonieri? Il mattino dopo non manco di salutarlo con un pezzo di pane, poi risalgo sulla strada principale. Guardo dall'alto la casa in cui ho passato la notte, sola in mezzo al nulla, qui a 4000m nell'altipiano del Pamir : l'intonaco rosa e scrostato, un camino crollato, una ruspa nel cortile. Loro che mi salutano con le braccia, io che rispondo, so che non li vedrò mai più. E poi via, nel vento. Nel Vento.
Incredulo (Pamir)
La foto che sto cogliendo con gli occhi potrebbe essere stata scattata sulla luna, non fosse per l'azzurro del cielo e la strada a fondo valle. E quella macchiolina biancastra lungo la strada. Tutta la mattina ho pedalato pensando a quella macchia, e finalmente eccola là. Freno, mi fermo, la osservo dall'alto. Chilometri e chilometri attraverso la bellezza enigmatica, desolata e grigia di queste colline, e ora quel bianco. Ci vivono persone in quel bianco. Dimenticati nel nulla immenso del Pamir bambini giocano, donne cucinano, uomini pensano al viaggio di domani. Lo sto guardando quel bianco, eppure continua a parermi irreale, come è possibile resistere contro tanto nulla? Voglio vedere da vicino, riprendo a scendere verso il fondovalle, verso Alichur. La strada che attraversa il paese, l'unica strada, è deserta, ma tra le case più lontane un uomo spinge una carriola, un cane abbaia. Alcune auto parcheggiate. Eppure non riesco a convincermi che sia vero. Forse non voglio. Pedalo. La macchia è già alle mie spalle quando mi accorgo che qualcuno in bicicletta cerca di raggiungermi. Forse vuole convincermi che Alichur esiste davvero. E' giovane, è un ragazzino. Quando mi affianca lo saluto. Risponde. Gli occhi grandi, neri, il berretto di lana, un giaccone malconcio di pelle marrone. E non ha i guanti. Niente guanti. Io ho due paia di guanti, uno sopra l'altro, e anche così ho le punte delle dita infreddolite. Lui non ha i guanti. A gesti gli chiedo come mai non li ha, a gesti mi risponde che non gli servono. Guardo incredulo le sue mani : una pelle grossa, spessa, scura, cotta dal sole, levigata dal vento, di un tipo che non esiste nei luoghi da cui vengo io. Penso voglia superarmi e passare avanti, come tanti altri ragazzini hanno fatto prima di lui per esprimermi la loro forza. E invece pedala al mio fianco per 10 km, contro vento, contro il freddo. Alla fine del rettilineo si ferma, per lui è abbastanza. Ci salutiamo. Ancora pieno di meraviglia proseguo oltre la Sorgente del Pesce. Nel giallo della pianura brucano gli yak. Oltre di essa un vortice di sabbia alto almeno 200m risale il pendio di una collina. Non mi ha convinto, non esiste Alichur.















