I diamanti ocra del Sahara



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Autore: 
Giulio Bertoluzza
Ora il deserto è intorno a me. Mi circonda, mi avvolge con le sue dune di sabbia fina, mi schiaccia come essere umano, riduce a due le dimensioni della vita. Mi sento piccolo...
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Ora il deserto è intorno a me. Mi circonda, mi avvolge con le sue dune di sabbia fina, mi schiaccia come essere umano, riduce a due le dimensioni della vita. Mi sento piccolo. Il silenzio nel vento porta un muto segno di desolazione; vicino a Merzouga molti sacchetti di plastica nera sventolano sgraziati, s'ingarbugliano in aria, rimangono intrappolati a terra da un pugno di granelli ocra. Poi si perdono le distanze e l'occhio non scorge altro che rosso a colline. Con un versante ripido oltre al colmo dell'onda ed uno sopravento che si incurva dolce, il taglio particolare delle dune degrada verso valli di sabbia compatta. Come per un mare mosso, come i nomadi che abitano queste zone, le onde di sabbia si spostano, migrano, granello dopo granello, in un ingranaggio mai stanco, portatore di secca uniformità. Sono accanto alla tenda, una candela illumina la strada delle mie parole su questo quaderno. Durante la cena un gatto slanciato, reincarnazione di un antico dio egiziano, è giunto a farci visita. Il volto era lungo e scavato, il corpo magrissimo, con una lunga coda che terminava con un ciuffo di pelo arruffato. Esprimeva una nobiltà di movimento, che lasciava intravedere la lunga e fiera discendenza che da tempi perduti è giunta fino a noi. Per me tuttavia, ha lasciato un presagio inequivocabile di morte, posando dentro ad un mio sandalo la carcassa del pollo che Jan, il mio compagno di viaggio, gli ha offerto in dono. Un cammino di morte mi attende e spenderò tutte le stelle cadenti che questo cielo vorrà offrirmi, per domandare agli dei un destino più magnanimo. Sono stanco: il suono ossessionante e ritmato dei tamburi mi infastidisce, ma pure rimane in me la dolce sensazione di piccolezza, d'essere come sale disciolto in acqua, invisibile. Youssef, la nostra guida, pretende di avere diciotto anni, l'età minima per il lavoro con cui sopravvive, ma ne avrà al massimo quindici. Non è mai andato a scuola e diciotto è l'unico numero su cui sembra davvero sicuro. Lo pagano cinquanta dirham per due giorni di lavoro, per un giorno solo lavora gratuitamente. Mi ha mostrato i suoi fossili, così ben conservati da farmi pensare che siano fasulli. Mi ha proposto di scambiarli con il mio cellulare. Ho gentilmente declinato l'offerta. Il puzzo del dromedario è osceno, si mescolano gli odori di piscio e feci, l'alito fetido con l'odore del pelo bagnato.
Mattino. Granelli, incastonati come diamanti in ogni poro della mia pelle, sui vestiti e nelle tasche. Negli occhi, in bocca mastico sabbia, sabbia e cerume nelle orecchie. Si è infiltrata in quella poca tecnologia che porto per il mondo. Ci siamo svegliati tardi e verso le otto e mezzo e siamo partiti per un villaggio a nord ovest rispetto all'oasi. Il vento sferzava con una violenza tale da far agitare i dromedari, da costringerci a coprire al meglio ogni angolo del nostro corpo, con gli occhiali da sole incastrati tra il cappuccio ed l'asciugamano di microfibra che usavo per coprire il viso. Poi, poco a poco, le dune si sono appiattite per lasciare spazio ad un tavolato piatto di terreno compatto e roccia scura.
Infine, in questo villaggio. Qui vive una sola famiglia e per il resto vi sono solo una decina di kashbah abbandonate ed un cimitero con una trentina di tombe. Le mosche sono ovunque ed ora che Jan e Youssef si sono allontanati dalla piccola casetta di fango e paglia in cui abbiamo trovato riparo, io rimango il loro unico divertimento. I dromedari sono fuori, liberi di gironzolare attorno, ma camminano mezzi storpi e goffi, a piccoli passi, perché le zampe anteriori sono state loro legate con una corda, in modo da non permettere falcate ampie.

"We lost the camels". Questa è la realtà alle quattro del pomeriggio. Ho cercato anch'io per una mezz'ora, ma il vento, le scarse protezioni e la mia inadeguatezza a questo luogo mi hanno fatto presto desistere. Erano le due. Anche Jan è ritornato perché Youssef non voleva una compagnia scomoda e inesperta nella ricerca. Questo è accaduto principalmente perché abbiamo offerto del kif nella pipa a Youssef, il quale si è addormentato assieme a noi. Mai offrire del fumo alla propria guida, soprattutto se ha quindici anni. Con Jan abbiamo deciso che al ritorno gli regaleremo la pipa ed un po' del nostro kif, in modo che fumi un poco di più, si abitui agli effetti, e non perda più fottuti dromedari in mezzo al deserto.
Mi sento stupido. Mentre camminavo da solo alla ricerca dei cammelli, perso in questo nulla, dopo aver pisciato vicino a degli arbusti, ho sentito un leggero pizzicore alla gamba destra. Guardo meglio e sul polpaccio noto due puntini simili ad una puntura, un poco rigonfiati. Mi sono graffiato con gli arbusti, penso, ma dentro comincia a salire un terrore di morte. Ricordo la maledizione del dio gatto della sera prima, mi osservo di nuovo, mi strofino, comincio a camminare veloce verso la capanna ad una ventina di minuti di distanza. Mentre la realtà mi vortica attorno per la paura capisco che tutto è già stabilito, che gli arbusti non uccidono, e che se fosse un morso di serpente velenoso, ebbene, la mia vita è già persa, la morte già alita caldo sul mio collo, senza possibilità di correggersi, di ammettere l'errore e comportarsi in modo diverso, di tornare indietro. Tutto è irreversibile, si tratta solo di attendere. Sento quanto sia inutile il mio voler raggiungere la capanna, lontana chilometri dal primo centro abitato, lontana giorni da un ospedale decente. Sento tutta una vergogna per quella mia disattenzione, quel mio infilarmi vicino agli unici arbusti in un deserto, una vergogna che guarda alla mia intelligenza, alla stima che nutro nei miei confronti e domanda ironica: "a che ti è servito tutto questo? Per morire nel deserto?". Morire nel deserto. Ed invece, passo dopo passo, dopo altri venti controlli del polpaccio, arrivo alla casetta, entro e mi stendo un poco. Sono sudato. Osservo meglio, nessun orrendo ingrossamento ed anzi la pelle, ancora arrossata, sembra cominciare ad appiattirsi nuovamente. Mi rollo un joint per tranquillizzarmi, attendo; comincio a calmarmi. Sono salvo, la morte si dissolve come un incubo di primo mattino. Nel Sahara, quattro litri d'acqua per tre persone e niente dromedari. Una punturina sulla gamba a ricordarmi il valore della vita.

Dopo due ulteriori ore di ricerca dei dromedari, Hassan, da Merzouga telefona sul cellulare a Youssef e gli pone questa semplice domanda: "perché i due animali sono tornati a Merzouga?". A gambe legate, passetto dopo passetto, quelle due vacche da deserto sono ritornate a casa, come piccioni viaggiatori. Ecco svelato il mistero. Youssef ci spiega quindi che avrebbe camminato nella notte, per poi tornare al mattino con le bestie. Avremmo dormito in quella casupola e già preparavamo le provviste per la cena, quando Jan, fulmine a ciel sereno, propone di tornare all'oasi a piedi. In dieci minuti siamo pronti: lui porta quasi tutto il cibo nello zaino, io acqua e melone, Youssef le coperte e la sacca dei suoi fossili. Così verso le cinque partiamo, camminando, per la prima mezz'ora, in una vasta distesa piatta di pietrisco vulcanico, le dune sullo sfondo, di fronte a noi. Giallo oro e nero, un paesaggio surreale, lunare; mi è salita dentro quella gioia tipica della scoperta, del raccogliere nuove immagini nella vita, un po' come trovare una figurina rara, dopo una serie interminabile di doppioni. Per tutto il tragitto, sono stato accompagnato da due insetti bianco latte con striature nere, che mi ronzavano attorno insistenti. Poi le dune, inerpicandosi con fatica e sudore, ridiscendendo correndo divertiti. Il clima avverso del mattino ci aveva ritardato enormemente e siamo arrivati a destinazione in un'oretta scarsa. Abbiamo così cenato con del couscous, melanzane, carote, patate e quant'altro. Il dio egizio si è mostrato a noi in un'ultima visione e con fusa gentili ha riappacificato il mio destino con quello del deserto.

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