Cammino di Santiago: quello che la mia guida non diceva


Cammino di Santiago: quello che la mia guida non diceva



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Autore: 
Lorenzo Corbani

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Quando arrivai alla stazione dei treni a Cremona stavo già malissimo. Causa zaino mi facevano male la schiena, le gambe, per non parlare poi delle spalle, evidentemente in procinto di staccarsi dal resto del corpo. La maglietta che indossavo portava già evidenti delle caratteristiche chiazze antiestetiche, classico segno visibile, ma anche tangibile ed odorabile, dell'unione tra l'afa tipica estiva della bassa padana e lo sforzo fatto. Ero quasi completamente disidratato: oltre che sulla già descritta maglietta, i liquidi necessari erano addensati in grandi gocce di fatica sulla fronte, sul collo e persino sull'avambraccio interno. I piedi, grazie alla solida copertura di calze da trekking e scarponcini da montagna, avevano abbondantemente superato temperature di utilizzo critiche, e la pianta che ritmicamente aveva sopportato il peso della camminata già doleva. Era il 25 luglio 2007, avevo appena concluso il tragitto non superiore ai due chilometri che separa casa mia dalla stazione dei treni. Partivo in solitaria attrezzato speranzoso curioso timoroso ma volenteroso per fare a piedi il famoso cammino di Santiago de Compostela, 800 km nel nord della Spagna, nella versione più nota al grande pubblico del Camino Francés (quello che parte da Saint-Jean-Pied-de-Port).
Nonostante l'idea del cammino mi fosse venuta in primavera non ho proprio pensato ad allenarmi, anche perché il mio concetto di idea con tutti i complessi meccanismi che gli ruotano attorno andrebbe analizzato in una distinta e ben più ampia trattazione. Così quella mattina feci quei due chilometri come test, e le condizioni descritte inizialmente sono l'esito.
Guardai l'orologio grande sopra la biglietteria, mancava mezz'ora alla partenza del treno; non ero mai arrivato così in anticipo in stazione prima di allora, e mai più ci arriverò. Durante l'attesa sulla panchina al binario per la prima volta sperimentai quello che poi diventerà una costante del cammino: sorrisi, soddisfatto e felice, e dopo aver posato lo zaino col fiatone sparì anche il ricordo della fatica, così che quando salii sul treno ero davvero impaziente di ricominciare di nuovo a camminare. Dopo quella prima volta infatti è successo tutti i giorni: arrivi stanco, stanco da non pensare ad altro se non a quanto sei stanco. Ma che sia la doccia, due chiacchiere con qualcuno, la cena, un tramonto da guardare in silenzio, inevitabilmente le labbra si increspano in un sorriso sincero.
Mi ero informato su ogni aspetto prima della partenza: dall'accurata selezione per peso ed utilità delle cose da mettere nello zaino al clima che avrei trovato, dal tipo di percorso che mi aspettava – planimetrie, tappe, chilometraggi – alla presenza dei servizi indispensabili – albergues, supermercati, farmacie, bancomat -. Tutto questo elenco da avviso ai naviganti lo sapevo dal primo giorno; quello che non immaginavo era il fatto che il Cammino è un mondo a sé, e di conseguenza la normale utilità delle informazioni è distorta. La guida non diceva che il supermercato sarà molto più importante del bancomat, perché un'attività fisica così intensa richiede dosi straordinarie di cibo: ho sempre fatto in media due colazioni straordinarie, il giorno mi vedeva consumare bocadillos clamorosi - panino e relativi ingredienti, insieme a letto, sono state le mie prime parole in spagnolo – e anche la sera non mi tiravo indietro, sia che cucinassi da me sia che scegliessi qualche menù del dia low-cost per il pellegrino. Le planimetrie raccontano di lunghe salite, non la soddisfazione incontenibile quando arrivi in cima e ti siedi a guardare la strada fatta; non spiegano come dopo tanti chilometri la tanto agognata discesa diventi lei un'agonia, con le gambe indurite dalla strada percorsa che lanciano segnali di resa e le ginocchia che urlano, schiacciate dal peso che si accanisce su di loro.





Parlava sì di fatica la guida, ma è un parola che apre un mondo. I dolori per l'acido lattico dei primi giorni sono ad un livello successivo: non c'è bisogno di muovere muscoli per sentirli, ai primi risvegli, appena aperti gli occhi, sono già tutti lì. A volte è fatica pensare di andare così lenti, guardi il panorama in cima ad una collina e quello che non è lontano sai di averlo passato due giorni fa, o al contrario che non ci passerai vicino prima di domani. Quattro chilometri all'arrivo!, ma quattro chilometri sono un'ora di cammino, che dopo altre sei fa male. E' fatica rimettersi in spalla lo zaino dopo una pausa, tanto che capita di non rimetterselo proprio e stare a dormire lì, perché il numero di chilometri da percorrere aggiunge alla fatica la paura di non farcela, e ti svuota. Fai fatica quando il caldo ti secca la lingua da articolare male le parole, quando il freddo ti entra dentro tanto da tremare mentre cammini, quando la pioggia inzuppa al punto che sarai bagnato anche il giorno dopo, perché non si sono asciugati i vestiti. Fatichi a trovare la forza di lavare te, l'abbigliamento, e dover cercare il supermercato, il bancomat, cucinare, avresti solo voglia di stenderti e tacere la sveglia implacabile delle cinque il giorno dopo, quando la fatica è negli occhi pesti di sonno di chi viaggia col sole ancora dall'altra parte del mondo. La guida non diceva però quanto sia passeggera la fatica, come l'eccezionalità di quello che vivevo la stemperasse subito nella gioia, e di come incredibilmente le energie ritornassero ogni giorno, ed anzi ogni giorno un po' di più il corpo si abituasse a quei carichi di lavoro. Non c'è scritto che spesso più non ti reggi in piedi a fine tappa più ti sale una risata isterica fino alle lacrime, o che sotto la pioggia inizi a cantare. Ho visto gente con due ginocchiere, disperata dalla fatica che faceva a camminare, che due giorni dopo mi ha superato e salutato. Un ragazzo aveva i piedi con tante vesciche e cerotti da non riuscire a stare in piedi, il giorno dopo ha fatto venti chilometri. Sono tutti arrivati, tutti lo rifarebbero. Questo la guida non lo dice, penso anche perché non ci sono parole per descrivere quello che succede dentro in quei quasi 800 km.

Mancano le parole per descrivere tutti gli incontri lungo la strada, quello che mi hanno lasciato: basti dire che pur partito solo, in quel mese solo non mi sono mai sentito. Spesso tra pellegrini basta uno sguardo, un saluto, e nemmeno il fatto che non parlassi spagnolo è stato un ostacolo a creare ponti e legami con chiunque incontrassi: purtroppo non c'è spazio per la descrizione dell'umanità varia che percorre il cammino, ma davvero è rappresentata ogni età con tante nazionalità diverse, ognuno col proprio zaino sulle spalle pronto a raccontarsi ed ascoltare le storie altrui.
Nella guida non diceva quanto fosse destinata ad alterarsi la mia concezione di tempo e spazio, quanto il camminare mi abbia regalato una quantità di particolari altrimenti invisibili, normalmente invisibili. Sul cammino ho lasciato un pezzo di cuore, oltre che un paio di calze ed un paio di pantaloncini corti – con grande disappunto di mia madre. Sul cammino ho trovato un'amica vera, una di quelle persone che incontri e ti chiedi dove si erano nascoste per tutto quel tempo, perché era destino che doveste incontrarvi.

L'ultima cosa che la mia guida non diceva è quanto mi avrebbero odiato i miei amici quando sono tornato, perché non ho fatto altro che parlare e raccontare i migliaia di aneddoti stupidi che mi sono capitati; non diceva che ogni volta mi sarebbe venuto da ridere ripensandoci, e che certe fotografie mi aprono squarci dentro. Santiago è stato così per me: anche adesso, a distanza di un anno e mezzo, un sorriso nostalgicamente beota non ha potuto fare a meno di accompagnarmi nella scrittura di queste righe.





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