Attraverso l'India
Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!
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Kerala
Una volta atterrati l'impatto è stato molto forte: erano le 4.00 del mattino e dovevamo trovarci con una suora che ci aveva prenotato un hotel per le prime due notti, ma appena usciti dall'aeroporto c'erano centinaia di persone, vestite di tutti i colori, visivamente molto belli, una vista strabiliante, tantissima gente e un odore buonissimo, di tessuti, spezie, profumi, o forse semplicemente l'odore dell'India. Trovare la suora ci sembrava come dover trovare un ago in un pagliaio; stavamo disperando e invece tutto d'un tratto è sbucata tra la folla, sorridente , accompagnata da un ragazzo sui 20 anni che guidava la macchina in un modo allucinante: sorpassi su curve cieche, un continuo suonare il clacson, pedoni che sbucavano da tutte le parti (anche alle 5.00 del mattino).
Ci siamo gustati la prima alba indiana che timidamente si faceva spazio tra le palme. Il caldo non era soffocante come temevamo, era abbastanza asciutto e sopportabile.
Arrivati all'Hotel eravamo troppo elettrizzati per dormire, eravamo assetati di tutto, con i sensi all'erta, pronti ad accogliere profumi, sapori, colori di ogni tipo e così abbiamo passeggiato per le strade di Kochi incrociando donne vestite con sari variopinti, respirando un'aria diversa, vedendo una luce più avvolgente, più calda. Una particolarità dell'India è che ogni stato è a sé, nonostante rimanga un denominatore comune che li unisce: modi di vestire, lingue, culti diversi e il turista stesso ha la sensazione di entrare in paesi diversi; cambiano anche i paesaggi, le costruzioni, i cibi. La sporcizia per le strade, negli hotel (anche di categoria elevata), nei ristoranti invece è uno dei denominatori comuni, purtroppo. E abbiamo notato anche un menefreghismo totale per la questione ambientale: tutti a lato della loro abitazione, fanno un'enorme buca nella terra dove gettano lo sporco, la plastica, ciò che non serve più e ogni sera gli danno fuoco... noi rimanevamo a bocca aperta, indignati e disgustati dagli odori che uscivano da questa combustione infernale.
In Kerala abbiamo visto un' India più ricca, un popolo più benestante di quello che avremmo trovato in seguito.
L'India ti regala delle immagini che ti s'imprimono dentro da qualche parte e modificano qualcosa di te nel profondo. Forse è questo che poi genera una nostalgia infinita quando torni.
Dopo aver visto la spiaggia di Cherrai Beach, siamo andati a Fort Cochin, la parte vecchia dove c'è il porto, avventurandoci con due tuc-tuc, che non sono altro che ape Piaggio appositamente trasformate per il trasporto di persone, utilizzati in India come i nostri taxi, per raggiungere il traghetto (la via più veloce da quel punto). Eravamo terrorizzati per il metodo di passaggio agli incroci: clacson e acceleratore premuti fino a fine corsa, lanciati tipo kamikaze. Siamo arrivati a Fort Kochi che era quasi buio. Le reti da pesca cinesi allineate lungo il molo erano molto suggestive e davanti a loro si dispiegavano banchetti colmi di pesce fresco. Siamo dovuti scappare a causa delle zanzare che iniziavano a pungerci attraverso i vestiti.
Le prime cose di cui ti stufi in India sono le zanzare, il riso e lo smog (se sei in città dove l'aria è irrespirabile per le troppe macchine). E per sfuggire allo smog siamo andati un giorno sulle Back Waters che sono acque interne formatesi dal mare che penetrando nell'entroterra ha generato veri e propri corsi d'acqua che si estendono per 900 km.; utilizzati ancora oggi come vie di comunicazione, sono circondati da palme, manghi, mangrovie, ricchi di ninfee che creano un paesaggio davvero unico. Le barche hanno i rivestimenti fatti con fili di cocco e sedie di giunco, il tetto e le ampie finestre di vimini. C'erano due indiani che pagaiavano con una canna di bamboo, uno a prua e l'altro a poppa. Lo sguardo si perdeva su distese di palme che si specchiavano nell'acqua e ai lati del fiume sorgevano qua e la villaggi di capanne con panni stesi fuori, abitati da uomini che pescavano, bambini che facevano il bagno, donne che lavoravano i fili di cocco per renderli lunghi e resistenti per farne tappeti, rivestimenti etc.
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Karnataka
Il giorno dopo siamo partiti per il Karnataka. Viaggiare in macchina è il modo migliore per vedere tantissime cose, dai villaggi che si susseguono uno dopo l'altro con le loro stradine, le case, i mercati alle persone, sguardi, visi, gesti agli odori, profumi ma anche lezzi.
Appena varcato il confine, che è marcato da una vera e propria dogana dove si paga un pedaggio a discrezione del poliziotto che fa i controlli, abbiamo notato la differenza con il Kerala: molte persone venivano al vetro della macchina per chiedere l'elemosina, il paesaggio era meno rigoglioso, si ergevano templi hindu invece di chiese.
Per le strade di Mysore i bambini ci prendevano i piedi per obbligarci a fermarci. Ci hanno spezzato il cuore, ma l'India è anche questo. Ha il potere di disgustarti, affascinarti, colpirti, chockarti per poi entrati dentro e cambiarti perché è piena di contrasti e contraddizioni talmente forti che ne esci inebriato, incantato, rapito, confuso.
Il monumento principale di questa città è il palazzo dei Maharaja, davvero imponente, con cupole rosse e templi hindu all'esterno. Ma
è imperdibile il Devaraja Market, il mercato al coperto; ti ritrovi in un'altra dimensione fatta di colori e profumi che ti stordiscono: si stendono davanti ai tuoi sensi (tutti coinvolti nello stesso momento) banchi pieni di fiori freschi profumati e morbidissimi al tatto utilizzati per fare ghirlande, frutta impilata con ordine quasi maniacale anche nella suddivisione dei colori, polveri finissime utilizzate per dipingere il corpo suddivise in coni variopinti, grosse foglie verdi di betel per fare il paan (si arrotola in questa foglia un intruglio speziato e si mangia fuori dai pasti per avere energia), boccettine di diverse misure di profumi di ogni tipo, file di incensi di tutte le fragranze, verdura sempre suddivisa per colore e tipo e tante altre cose. Dopo pochi passi ti senti stordito perché tutti i sensi sono colpiti da qualcosa.
Il giorno seguente siamo partiti per Hampi e vi siamo arrivati col buio. La mattina, sul nostro vicolo, l'atmosfera era unica: una nebbiolina mattutina avvolgeva il tempio che svettava dietro un filo con stesi tanti capi colorati. Dietro al tempio, una distesa di sassi rossi infinita, palme, tempi abbandonati invasi dalle scimmie. Molto suggestivo.
Ci siamo subito resi conto di essere dalla parte sbagliata del fiume.
Infatti la tappa ad Hampi era stata programmata per fare boulder ( uno sport che consiste nello scalare un sasso alto dai 2 ai 6 mt. usando come protezione un materasso che si appoggia dove si presume di poter cadere).Per attraversare il fiume, abbiamo preso una barchetta, e siamo arrivati sull'altra sponda dalla quale si vedeva a perdita d'occhio una distesa di sassi rossicci circondati da risaie, palme e banani. Dopo tre giorni passati a scalare, siamo partiti con un taxi per Palolem Beach, una spiaggia del Goa.
Goa
Siamo arrivati al tramonto e ci siamo incamminati sulla spiaggia affollata di turisti, mucche e cani randagi per cercare due sistemazioni in bungalow. Era bellissimo addormentarsi col rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia, sembrava che entrassero in camera da quanto si sentivano vicine. In spiaggia, quando ti alzavi per fare due passi verso il mare, scorgevi un movimento velocissimo di granchi che si nascondevano nelle loro buche. Intanto il tempo inesorabile continuava a trascorrere, scivolandoci via, contro il nostro volere. Così ci siamo trovati l'ultimo giorno a fare gli ultimi bagni nell'acqua tiepida, con la voglia di ripartire per nuovi paesi o regioni dell'India e non di certo verso casa.
La sera, quando gli altri sono andati a letto, io sono rimasta a camminare sulla spiaggia per respirare l'aria del mare, sentire la sabbia fresca sotto i piedi e ripensare al nostro viaggio ormai finito.

















