Un viaggio lungo tre anni.



I Viaggi di Vagabondo
Niente tour operator, ma piccole agenzie locali in armonia con cultura e territorio.

Rural Journey: Agriturismo e case rurali ai migliori prezzi
Agriturismo e sistemazioni rurali selezionate in tutta Italia, ai prezzi migliori.

Riad e sistemazioni tradizionali in Marocco
Riad e sistemazioni tradizionali in Marocco, di tutti i tipi, per tutte le tasche.

Agriturismo e sistemazioni rurali in Francia
Agriturismo e sistemazioni rurali in Francia, dal Mediterraneo alla Bretagna.

Torna al Caffe' di Fiamma


Autore: 
Andrea Fronza
Cod. Concorso: 
Racconto numero 3

Questo racconto e' finalista al concorso Storie Vagabonde!
Ci sono 1000 euro in palio! Dal 22 Giugno 2009 potrai votare il vincitore ed assegnare il premio: se questo racconto ti è piaciuto, ricordatene!





Quando frequentavo le superiore il mio problema più grande era quello di finire fuori tema. Lo facevo sempre. Ora è passato un pò di tempo e non credo d’averlo risolto.
Sono Andy di Trento e tutto cominciò in un grigio ottobre londinese, dove vivevo da un pò con la scusa o il pretesto di migliorare il mio inglese, esperienza comune a molti della mia generazione. Ovviamente, non volendo gravare su nessuno, lavoravo e mi autosostenevo. Forse per questa "routine" di scuola-lavoro-lavoro-scuola che dentro di me nacque un desiderio insaziabile d’instabilità, curiosità e forse anche precarietà, mi sentivo un leone in una gabbia di 3 metri per 3, sognavo l’evasione e in quel autunno iniziai a progettare la fuga. Quando scattò l’anno nuovo con ancora negli occhi i fuochi d’artificio sul Tamigi, ruppi il lucchetto della mia gabbia.
Presi un aereo per le Filippine, con una sola convinzione: evitare accuratamente le mete turistiche. Già in volo mi si presentò un occasione. Seduta accanto a me viaggiava un anziana signora (91 anni), dall’allegria e lo spirito incredibili, piccola e con precisi lineamenti asiatici. Accanto a noi invece sedeva un imponente uomo dal fare rustico e dai tratti occidentali che scoprii essere il suo primogenito. Lei era la figlia di una relazione tra un colone spagolo e una filippina. Dopo poche ora che avevo lasciato la mia vecchia vita già ne avevo incontrate due completamente diverse. Loro vivevano sei mesi in San Francisco e sei nelle Filippine. Io raccontai un pò di me e loro si spaventarono a immaginarmi all’areoporto di Manila in piena notte senza sapere cosa fare e dove andare e mi offrirono una camera nell’albergo dove allogiavano. M’invitarono inoltre, una volta finito il mio viaggio a passare da loro, a Candelaria, un villaggio a nord/ovest delle Filippine.
Il giorno dopo mi trovai solo, nella gigantesca capitale: vidi la povertà, i contrasti, il caos e una manifestazione politica con la gente che sparava in aria per protesta. Paura. Credo che proprio la paura sia stata l’inizio del mio viaggio. Senza rimorsi o rimpianti mi feci coraggio e iniziai a spostarmi, arrivai a Banaue e per qualche settimana rimasi tra le montagne, il silenzio, albe e tramonti e infinite passeggiate tra le risaie, poi saltai a vedere la chiesa cattolica più vecchia di tutta l’Asia. Nei giorni seguenti incontrai su un pullman senza finestrini, dove con il gomito fuori e la sigaretta in bocca si cantava a piena voce Bon Jovi (il cantante preferito nelle Filippine), un insegnante che a San Ferdinando mi portò a vedere la scuola e mi presentò agli alunni con cui mangiai. Dopo aver vagabondato per un mese e mezzo, una sera arrivai di fronte a un enorme e vecchissima casa in legno, a Candelaria. Dalla terrazza subito, con un enorme sorriso, mi accolse la vecchietta novantunenne. Passai con loro tre settimane intense, tra salotti borghesi spassosissimi, ad aiutare a pulire dai sacchetti di plastica la bianca spiaggia, a insegnare a giocare a calcio ai ragazzi (giocano solo a pallacanestro), a scommettere sui combattimenti di galli (crudele ma legale) e a camminare in mezzo della notte nelle campagne sotto un cielo colmo, colmo di stelle come mai avevo visto. L’anziana signora mi stupiva tutti i giorni, arrivò a dirmi che l’estate seguente aveva in mente un viaggio tra Canada e Alaska, sottolineando: "cosa dovrei fare? Starmene in un letto d’ospedale ad aspettare la fine?". Ma il figlio dopo infinite e scrupolose spiegazioni, durate giorni e giorni, sul gioco del Polo, una sera con Jerry Mullingan in sottofondo, si fece serio e mi disse: "E’ venuta qui...per morire nella sua terra.", me lo ricorderò per tutta la vita.
Comunque sia, disoccupato, con sempre meno soldi in tasca, comprai un nuovo biglietto aereo, loro si offrirono di pagarmelo se fossi rimasto un altro paio di settimane, ma avevo già approffittato troppo della loro ospitalità e poi come Cyrano de Bergerac, mi piace fare tutto da solo. Li abbracciai e lei in un orecchio mi disse: "questo è un villaggio piccolo e si conoscono tutti e tutti parlano di te e sognano l’Italia, grazie". Quando l’aereo staccò le ruote da terra e virò sopra una Manilla illuminata pensai: "sono stato un buon ambasciatore". Mi addormentai.
Il normale e quotidiano sapore amaro in bocca di un fumatore al risveglio (brutto, brutto vizio), un sole accecante, le orecchie tappate dalla discesa e mi ritrovai su una nuova isola, grande come un continente: l’Australia. Ora potrei parlarvene per ore, raccontarvi koala e canguri, deserto e foreste, Nin Bin (villaggio Hippy), l’Urulu, l’arroganza e l’ignoranza degli Australiani, ma sono tutte informazioni che le guide turistiche possono darvi anche meglio di me, perciò mi soffermo su episodi personali e in particolare su uno, che ha il sapore della mia esperienza oceanica (nel senso del Oceania): il mio compleanno. Sono un gemelli di Giugno e in quel periodo, come per la maggior parte della mia permanenza in Australia, vivevo in Sydney in una casa di surfisti vicino al Pacifico. Io amo il mare, la spiaggia e la vacanza ma sono di Trento, ho sangue montanaro, e l’easy life, il caldo, il dolce far niente m’annoiavano in modo incredibile, inoltre per descrivere l’innapartenenza all’ambiente possiedo anche il grande difetto, come Totò, di sentirmi "aristocratico" e festa lunedì, martedì, mercoledì e sempre, bello, bello bellissimo ma...un pò di serietà? Mai? Diciamo che cominciavo a realizzare cosa stavo facendo, che avevo un futuro incerto, forse anche troppo, e questa continua atmosfera festosa mi piaceva e mi irritava al tempo stesso. La notte prima del mio compleanno perciò si decise di fare qualcosa di veramente insolito, di diverso: una festa. Sono sincero, è stata la più bella della mia vita, in casa qualcosa come 90 persone, musica, alcool e marjuana (casa di surfisti) e finita per me in modo molto dolce e per tutti gli altri con una lunga romanziana dalla polizia chiamata dai vicini. Il giorno dopo consapevole della mia nuova età mi regalai, con la compagna della sera prima, una serata più mondana, uno spettacolo teatrale: Edward mani di forbice, diretto da Matthew Bourne, in un edificio progettato da Jørn Utzon, simbolo Australiano: l’Opera House. Lo spettacolo è stato pubbliciziato in tutta Sydney per mesi e mesi, il più importate della stagione, onestamente bello,peccato che i Europa girava cinque anni prima, ecco questa è l’Australia secondo me. Fateci le vacanze, punto. Ovviamente la mia è una visione personalissima e soggettivissima, visto per quel lungo anno la mia mente oscillò tra il prima di partire (grigio), il presente (ansioso) e un futuro (incerto), ma alla fine era quello che cercavo. Avevo comunque capito che per quel che sono non basta un bel sole, un lavoro e una spiaggia ma qualcosa di diverso, di più frenetico, di più eccitante e ormai con la consapevolezza del mio inglese ormai avanzato, ripresi in mano un mappamondo e cercai il posto più frenetico ed eccitante che la mia mente potesse immaginare e lo trovai. Presi, dopo un anno e mezzo da quando ero partito un altro aereo e mi capultai in Giappone dove per l’appunto nessuno parla inglese.

Arrivato a Tokyo decido di fare il turista e inizio a girare: Osaka, Kyoto, Hiroshima, Nakasaki per un mese e poi mi fermai nella capitale alla ricerca di un utopico lavoro. Anche qui preferisco raccontarvi esperienze personali e non informazioni da tuor operetor. Anzitutto l’ospitaità è qualcosa di incredibile, la gente perde anche il treno o impegni pur d’aiutarti, le persone sono timide, riservate e rispettose. Il Giappone è lo stato più pulito che ho visto in vita mia, usano l’aspirapolvere per pulire le stazioni e la gente ne è orgogliosa, sanno che sacrificare un pò del proprio ego per la società porta a risultati incredibili.
Tokyo aveva tutto quello che cercavo: eccitante, lussuosa, spaventosamente grande ed organizzata, ero sereno anche se non ancora felice. Perchè? Perchè ovunque andassi mille occhi mi seguivano costantemente, sono un popolo curioso, i bambini chiedo alle turiste con i capelli biondi se possono fotografarle (non esistono biondi in Japan), perchè vivevo in una scatola di legno in una stanza con altre dieci, tipo cimitero e poi perchè la lingua è difficile e difficile esprimersi. Comunque ho cominciato a lavorare in un ambiente internazionale dove allo scadere del mio visto mi viene posta una domanda agghiacciante: "ti sponsoriziamo, con contratto di tre anni. Cosa ne pensi?". Sono sicuro che quello è stato un bivio su cui ragionerò tutta la vita. Cosa sarebbe stato di me se avessi risposto o si o no? Difficile e lungo spiegare.
Tutto quello che posso dirvi ora, è che vi stò scrivendo dalla 125th di Manatham in una New York che da un pò mi ospita e che forse è la bilancia del mio lungo viaggio. Ora poterei raccontarvi della città, dei tanti italiani che ci hanno vissuto, Meucci, Garibaldi, LaGuardia ma non ho più tempo. Concludo dicendo che sono quasi tre anni più vecchio di quando sono partito, ho 26 anni e come scriveva l’irraggiungibile Nietzsche (23 anni professore universitario): " ci vuole un pò di ruggine se no ti considereranno sempre troppo giovane", ora c’è l’ho! Questo sito non s’intitola "turista.net" ma "vagabondo.net" perciò mi chiedo: "sono andato fuori tema?"

Ciao
http://andyfriedrich.blogspot.com/

Clicca qui sopra per votare!






Orsetto Vagabondo: Ciao!Homepage
Un viaggio lungo tre anni.