Mary e le sue sorelle


Mary e le sue sorelle



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Autore: 
Anonimo
Cod. Concorso: 
Racconto numero 52

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Certo, è l’Africa. Qualcuno mi dice in continuazione che non posso farci nulla. E chissà che vuol dire. Mentre ci penso osservo Mary arrivare a passo svelto verso la capanna. Ha con sé una piccola busta di plastica, come tutti. E come tutti trasporta sempre qualcosa, in un paese che non puoi che percorre a piedi. Ogni spostamento o incontro è buona occasione di scambio. È bella, Mary. La sua età è sconosciuta, ma credo non arrivi alla trentina. Cammina tenendo la testa immobile, lo sguardo sempre fisso di fronte a sé, un passo dietro l’altro come in processione. E questo la fa sembrare una figura fuori dal tempo. Poi arriva, Mary, e saluta con un largo sorriso, impartisce qualche ordine secco a un gruppo di bambini, beve un sorso d’acqua, srotola il suo sacchetto accanto a sé. Il sole intanto è già alto, Rebeca, Rose e Veronika non tarderanno ad arrivare. Dove vuoi che vadano, mi dice Mary. Ci sediamo sul piccolo stuoino e aspettiamo. E mentre osservo le micro peripezie di un gruppo di formiche rosse nelle viscere della terra riarsa, dico a Mary che non potrebbe fare più caldo di così. Oh si, mi risponde, aspetta un paio di settimane. Poi sarà difficile per noi procurarci da mangiare, e coltivare non se ne parla nemmeno, non ora. La osservo, le sorrido, abbozzo qualche frase di circostanza e lei scoppia a ridere fragorosamente. E comincia a raccontarmi della sua città, Rumbek, Sud Sudan.
Se qualcuno mi chiedesse del Sud Sudan, oggi, istintivamente direi che mi è difficile trovare anche una sola maledetta ragione per consigliare a qualcuno di prendere e partire. Poi ci penserei un po’, mi torcerei la mente nervosamente, cercherei di capire da un’occhiata certe propensioni del mio interlocutore e direi che no, forse non esiste paese più adatto, per un viaggio totale. Per un amante delle strutture politiche più originali è senz’altro una meta ambita: uno stato semi autonomo con un proprio parlamento e stuolo di ministri (che elargisce visti precari nonostante questa rimanga prerogativa del governo centrale di Khartoum), nato da una guerriglia cristiana nel corso di vent’anni di guerra tra le più sanguinose del continente. Uno stato militare che vive sul mito dei propri generali e che gode del sostegno incondizionato della chiesa locale. Il crocefisso e il mitra sono ovunque, e tra guerriglieri e religiosi la differenza non salta subito all’occhio. Le chiese sono forse le uniche infrastrutture complete del paese. Juba, la capitale, non è che un ammasso di prefabbricati pericolanti, ministeri compresi. E i missionari cristiani che ho incontrato nel corso del mio viaggio sono forse i più agguerriti che abbia mai conosciuto, con storie di guerra, fughe e resistenze che farebbero impallidire chiunque.
Interessante, direbbe il mio interlocutore. Ma so che vorrebbe chiedere altro, che vorrebbe sapere dov’è l’Africa, in Sud Sudan. Tossisco nervosamente. Gli devo spiegare che non esiste alcuna forma di arte espressiva, che il sintetico colorato non ha mai sostituito gli abiti tradizionali perché prima dell’arrivo dei missionari non esisteva il concetto di pudore o di vestiario. Che le capanne sono fatte di fango e plastica, e niente di più. Che spostarsi è difficile, che elettricità e acqua corrente non ci sono.

Potrei continuare ma già vedo l’espressione di terrore delinearsi sul suo volto. Senti, gli direi, fidati, davvero. È un paese che devi vedere, che ti arriva dritto nello stomaco. Lascia perdere tutto quello che ti aspetteresti dall’Africa, la gente non canta e balla sempre (e come potrebbero, dopo vent’anni di tragedie e lutti senza fine), non è il regno del colore lo so, non ti porterai a casa nulla da appendere sopra il letto.
Ma ti prendi un visto a Nairobi (come missionario, è la cosa più semplice e sicura, presso la Diocesi del Sud Sudan che, come retaggio della guerra, è ancora in Kenya). Un piccolo aereo (chiedi sempre alla Diocesi, loro ti organizzano tutto per il semplice piacere di farlo) ti porta sopra le montagne del nord del Kenya, e sempre dritto fino a che la terra non diventa rosso fuoco e l’orizzonte è davvero senza fine. E arrivi in Sud Sudan. E poi? Mi chiederebbe lui. Poi lasciati portare dappertutto, dormi nelle missioni e parla con chi è lì da quarant’anni e parla dialetti che nessuno al mondo conosce. Le uniche macchine che vedrai sono delle Nazioni Unite o della Diocesi. Tra una missione e l’altra ci sono spostamenti continui, non sarà difficile muoversi. Resti quanto vuoi a dormire, se dai una mano tanto meglio, lasciati guidare tra le immense praterie e i villaggi, in luoghi che solo chi ha vissuto da sempre in Sud Sudan conosce. Ti capita di passare tre giorni in mezzo alla savana per un matrimonio, o di svegliarti nel cuore della notte per il troppo silenzio e di passare ore a guardare il cielo stellato nell’unico luogo al mondo in cui non esiste inquinamento luminoso. Sembro averlo convinto. Accenna di si con la testa.
Mary non è di Rumbek, ma di Yirol, a qualche centinaio di kilometri verso nord. Ne è orgogliosa, è la culla della cultura sud sudanese. Gli intellettuali che hanno combattuto il colonialismo britannico a suon di penna e hanno imbracciato il fucile per difendersi dagli attacchi del nord, sono tutti di quella zona. A Yirol si respira un’altra atmosfera rispetto a Rumbek. Più grande, più vivace. Sulla strada tra Rumbek e Yirol ci sono le mandrie di vacche, e i campi costruiti dai pastori per trattare la vendita di bestiame e il matrimonio dei propri figli. Ecco un luogo che al mio interlocutore piacerebbe molto. Sterminate distese di persone, mandrie, totem rituali, capanne improvvisate. L’aria è satura di cenere, usata dai pastori per proteggersi dagli insetti, tutto è grigio, il cielo, la pelle, il terreno. Tutto è lunare. Grandi nuvole di cenere si sollevano a ogni passo, tutto si confonde, si oscura, ma tutto si muove. È una visione onirica, ineguagliabile. Piccoli manufatti pendono dagli alberi, le vacche più belle sono addobbate a festa per la vendita, i padroni sono orgogliosi di mostrare i loro esemplari dalle enormi corna affusolate. Non ci si stancherebbe mai.

Anche Mary è stata sposata così, venduta in cambio di trenta vacche in un campo come questo. Lei li odia, questi campi, e tutto ciò che rappresentano. Il marito, mi spiega, è lontano, in un altro villaggio, assieme alla sua terza moglie. Ma lei, che vive sola, è tenuta sotto controllo. L’adulterio femminile è pagato con la vita. Le chiedo cosa tiene nel sacchetto. Tira fuori dei medicinali dall’aria malconcia, me li porge con soddisfazione. Mentre li esamino, Mary dice: ho la malaria. Io sollevo la testa e la guardo. Non sembra turbata. Non potrebbe esserlo, qui la malattia è pane quotidiano (che non c’è). Rebeca, Rose e Mary, le sorelle che stiamo aspettando, soffrono di lebbra e poliomelite. Riprendo in mano i medicinali. Sono aspirine, i componenti chimici sono quelli delle aspirine. La guardo ancora una volta. Lei non lo sa, che contro la malaria questi possono davvero poco. Ma sorride, dice che con l’aiuto di Dio e della medicina passerà indenne anche questa stagione secca, e con le piogge si tornerà a coltivare, e tutto sarà verde, e torneranno a mangiare. Non dico nulla, mi giro e vedo le tre donne arrivare con le loro piccole buste di plastica e un bicchiere per il the.

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Matteo, Fiamma, Martino e Sarita, disegni di Matteo.
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