Responsabile o no?


Responsabile o no?

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Ciao a tutti!

io avrei una questione da porre per sapere un pò anche come la pensate voi sull'argomento che sto per proporre. L'altra sera ho partecipato ad un incontro di un'associazione ONLUS che sta promuovendo un progetto per una popolazione che abita in un villaggio della foresta amazzonica. Il progetto consiste nel risistemare la scuola che hanno e fin qui tutto ok, e poi nel mettere una rete internet all'interno della scuola di modo che possa essere in contatto con una scuola qui in Italia. Questo perchè possano scegliere come vivere. La mia domanda è, secondo voi è giusto o responsabile mettere una rete internet all'interno di un villaggio come quello che ha il suo stile di vita all'interno della foresta?

Vorrei sapere un pò cosa ne pensate anche perchè io in futuro vorrei occuparmi di turismo responsabile e sostenibile e vorrei quindi sapere l'opinione di tutti.

 

Grazie per la partecipazione!  Smile

Buona domenica a tutti!

Sara

Ciao, il tema è sicuramente

Ciao,

il tema è sicuramente molto interessante ed è un po'il tema basico che sta dietro ogni tipo di progetto. La domanda che a mio avviso ci si dovrebbe sempre fare è "la popolazione locale cosa vuole?". E non è nemmeno una domanda così scontata, perchè capire i propri bisogni e le proprie necessità non è per niente banale. La creazione di una scuola e la sua messa in rete per poter comunicare con il resto del mondo è solo un mezzo, che può essere positivo o negativo. Ma solo la comunità locale può definire se sia effettivamente quella la risposta ai loro bisogni.

Troppo spesso ci sono ONG che partono con i migliori propositi, pensando di portare progresso e sviluppo a chi non li vuole. O a chi non sa cosa farsene. Secondo me un buon 30% di villaggi "indigeni" ha una scuola o una struttura chiusa che un tempo era stata la sede di uno di questi progetti di sviluppo. Creato con finanziamenti e che probabilmente finchè li aveva era un progetto splendido e con gente molto azzeccata. Ma nel momento in cui i finanziamenti sono venuti meno, non rispondendo ad un reale bisogno della comunità, nessuno gli ha dato seguito.

Noi abbiamo una mentalità ancora molto colonialista. Pensiamo come europei di essere migliori delle popolazioni native, quindi ci sentiamo obbligati ad esportare un nostro modello di sviluppo e una nostra mentalità, ma che spesso viene poi rispedita al mittente. Quindi la tua domanda è giusta, la cosa molto difficile è capire se la scuola sia la risposta che questa comunità cerca.

Fra parentesi: molto spesso ache le popolazioni native pensano di essere migliori dei popoli europei. Questa "superbia culturale" dve essere un gene comune del genere umano...

Non so se ho risposto al tuo dubbio. MI sa di no.

Ciao

Riccardo

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Ciao! io sono d'accordo con

Ciao! io sono d'accordo con te, infatti mi interessava più avere un riscontro e capire come viene visto questo tema da chi tratta di turismo e chi come me cerca di capire fino a che punto ci si può spingere con queste comunità nell'importare la nostra cultura. Anche secondo me si ha troppo una visione europea del voler colonizzare ciò che ai nostri occhi sembra obsoleto e impossibile per vivere. Infatti è proprio questo che mi ha sorpreso durante quell'incontro: il fatto che questo signore è rimasto colpito dalla povertà di questo villaggio e ha voluto fare qualcosa per "modernizzarli", tra cui costruire una casa nuova, con tanto di zanzariere per evitare che le zanzare diano fastidio e cercare di evitare così il problema della malaria. Quello che mi rende perplessa poi può essere che mi sbaglio, è se veramente queste persone si reputano "povere" nel loro modo di vivere, se sentono davvero il bisogno di voler uscire da quella condizione. Perchè io credo sia sbagliato il modo che questa associazione ha di concepire la povertà. Quella popolazione probabilmente ha sempre vissuto in quella situazione, cresciuta nella foresta e ha inventato modi per sopravvire come tutte le popolazioni che vivono nelle foreste ed è una cosa diversa secondo me da quella che è la povertà o l'emarginazione vera e propria come può essere quella delle fazendas.

è stato un incontro comunque che mi ha dato la spinta per riflettere un pò di più su queste situazioni per cercare di capire un pò anche la mia posizione e vedere cosa sia davvero turismo responsabile visto che in futuro vorrei occuparmi proprio di questo..

 

Ciao 

Sara

Ottimo argomento di

Ottimo argomento di discussione Sara.

Devo dire che anche io non ho una risposta precisa a riguardo. Sono d'accordo con Riccardo quando dice che dovrebbe essere la comunità stessa a scegliere.

Forse dovremmo studiare gli esempi. Certo, nel mondo di comunità davvero isolate ce ne sono poche.

Sono stata in Nicaragua alle isole Solentiname, dove non prende il cellulare e in alcune isole non c'è nemmeno la luce elettrica. La gente per telefonare deve prendere la barca e avvicinarsi alla costa. La guida di Vagabondo, Josè, fa così quando vuole telefonarmi.
Sull'isola maggiore però 2 anni fa hanno messo internet satellitare a scuola e un ripetitore per cellulari che funziona un po' a singhiozzo. Il tutto non ha minimamente sconvolto panorama e mentalità locale, ma adesso i ragazzi possono comunicare con il resto del mondo. Esperimento positivo. Almeno fin'ora.

Sono stata in Thailandia nell'isola di Ko Lipè 10 anni fa ed era un paradiso. Niente internet e cellulari.
Poi è arrivato lo tzunami e il governo ha finanziato nuovi progetti. Non ci sono più tornata ma chi è stato mi dice che non è più lo stesso posto e sono arrivati un sacco di stranieri ad aprire diving center. Esperimento negativo.

Sono stata a Socotra dove non c'è internet e non prendono i cellulari, salvo ogni tanto in un unico paese. L'isola è un vero paradiso.
Però la gente che vive lì per la maggior parte non sa che esiste tutto un mondo intorno.

In tutti e 3 i posti però il pericolo maggiore è ciò che viene dopo il collegamento al mondo esterno. Una volta connessi c'è l'arrivo di stranieri, e molti di loro sono avidi palazzinari in cerca di business.
Forse se le leggi locali impedissero l'abusivismo edilizio non ci dovremmo chiedere se sia bene mettere internet.

Esempio splendido è la città di Louang Phrabang, Laos.
Spersa nella jungla, a 500 km da qualsiasi altro centro urbano evoluto, ha una connessione internet a 10 mega (in crescita). Le autorità locali hanno messo vincoli urbanistici molto restrittivi e la città è bella e... connessa.

Infatti. Gli esempi portati

Infatti. Gli esempi portati da Sarita sono calzanti. La tecnologia e l'istruzione sono strumenti e possono portare a risultati opposti.

Uno dei cardini di questa discussione è la seguente domanda: cosa succede se una ONLUS che ha ricevuto un finanziamento per avviare un progetto si rende conto in fase progettuale (o all'inizio della fase ideativa) che quel progetto è "sbagliato" (cioè non richiesto o non desiderato o non fattibile)? Quante sarebbero le ONG disposte a rinunciare a un finanziamento in queste condizioni? Forse nessuna, tutte comunque andrebebro avanti, anche sapendo che poi il progetto sarebbe un caos.

Altra questione cardine è la percezione che si ha della povertà. Le popolazioni hanno a volte priorità diverse che ce le fanno percepire più o meno povere. Faccio un esempio: in Cile, nel sud, si usa tantissimo il legno nella costruzione delle case. Una casa di legno nuova è molto bellina. Dopo 10 anni una casa di legno ha la vernice scrostata, qualche asse imbarcata, i cardini da rimettere in asse e cose così. E' normale. Pochi hanno la voglia e i soldi ogni 10 anni di rimettere a nuovo la casa. Il risultato agli occhi di un europeo (abituato a case di mattoni o cemento che dopo un secolo sono ancora inalterate) è che la maggior parte della gente sia povera e vivano in catapecchie. Poi scopri che in quella "catapecchia" ci vive un ingegnere elettronico che ha quattro figli, fa le vacanze in Brasile, ha internet a fibra ottica, il macchinone, la moglie dipinge quadri e cose così. Quindi la nostra percezione iniziale di "casa povera" è sicuramente sbagliata (sia da un punto di vista puramente economico che da uno più culturale).

Nell'ultimo viaggio ho sentita raccontare una bellissima storia sul nostro concetto di "sviluppo".

Una nota: fazenda (se non dico una castroneria) in brasiliano è una fattoria, una impresa agricola. Forse volevi dire "favelas", con cui di solito si indicano le bidonville. In Argentina e Cile si chiamano "villas" (e spesso sono dei casermoni in cemento....).

 

Ho visto l'altro tuo post. Di master ce ne sono vari. Credo che quelli organizzati in collaborazione con AITR o con uno dei suoi soci, o da Viaggi e Miraggi, siano tutti affidabili. Da lì a trovare sbocco nel mercato del lavoro però la strada è lunga perchè è un settore dove mancano i turisti. Inizia magari a fare degli stage o a lavorare come volontaria, magari con Viaggi e MIraggi, o Viaggi Solidali o RAM (anche a seconda della parte di mondo che più ti attira).

Hasta pronto!

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Ciao Sarita, gli esempi sono

Ciao Sarita, gli esempi sono perfetti, si riesce a capire come questi due strumenti possano portare a diversi risultati in base a come vengono usati e sviluppati. La mia paura è proprio questa: cosa può succedere dopo che viene installata la rete internet in una comunità che prima non avevo conoscenza di certi strumenti? Perdita di identità? di culture tradizioni lingue che vengono ad essere inserite nel nostro mondo globalizzato svuotando il mondo di quella piccola parte di diversità? un pò di questo ho paura, e come dicevo nell'altro post, paura della concezione di povertà che un europeo o chiunque abituato al mondo di oggi può avere nel momento in cui entra in contatto con queste persone e si senta in dovere di farle uscire da quella che egli ritiene "povertà" o "emarginazione". Forse il modo migliore per "aiutare" le comunità potrebbe essere quello di usare un turismo diversi di modo che capiscano che il luogo in cui sono è unico e che il loro modo di vivere va preservato e non cambiato con mezzi più potenti, poi ovviamente dipende dalle situazioni che ci si trova di fronte.. per ora io mi rivolgo a quelle comunità che da generazioni hanno sviluppato un modo di vivere e sopravvivere rimanendo isolati dalla modernizzazione e che continuano tutt'ora a vivere così..

Riccardo, si scusa ho sbagliato io intendevo favelas ovviamente Smile. E per i master penso di aver trovato quello che fa il CTS a Roma "master in managment e imprenditorialità nel turismo responsabile e sostenibile" da fare il prossimo anno.. intanto mi informo che sia un master valido e che mi dia davvero gli strumenti di cui ho bisogno. Comunque è organizzato in collaborazione con AITR quindi credo di potermi fidare..

Buona serata! Smile

 

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