Procediamo ad un ritmo forsennato nel continuo tentativo di superarci
l'un l'altro.
Il battito del cuore ritma ossessivamente la marcia, ma ancor più ossessivo è il pensiero che si impossessa di noi:
«SIAMO I PRIMI, SIAMO I PRIMI,...»
E per poter urlare «Sono il primo tra i primi!» ciascuno di noi si mette a camminare come un pazzo, incurante delle cadute dovute al terreno viscido e dei graffi procurati dalle piante spinose. Poi, a poco a poco, l'euforia ci abbandona per lasciare il posto alla fatica, al dolore delle ferite e delle contusioni accumulate in due settimane di cammino, ma anche ad una struggente commozione; dietro di noi, per la prima volta ci sono impronte di scarpe in questo angolo della terra; avanti a noi nulla è conosciuto.
Ci rendiamo conto di aver superato un «punto di non ritorno». I dubbi e le paure dei giorni scorsi sono sostituiti da un unico desiderio:
andare avanti ad ogni costo, scoprire quello che ci aspetta qualunque cosa sia.
Intendiamoci, alcuni dei locali che avremmo incontrato avevano avuto contatti con la Missione che era loro più vicina, ma nessuno aveva mai messo piede nelle loro valli, nemmeno i missionari.
Seduti su un tronco marcio ci troviamo a commentare le circostanze che ci hanno permesso di arrivare fin qui.
Il tragitto dai villaggi semicivilizzati a queste valli, rappresentate sulla nostra cartina aeronautica da una zona bianca e dalla sigla RDI, «relief data incomplete», è stato lungo e travagliato.
Per i primi giorni il cammino su terreni semidisboscati percorsi da evidenti sentieri fatti dai locali, e' stato facile, come pure facile era reperire nuovi portatori per sostituire quelli che non intendevano allontanarsi troppo dal loro villaggio.
Poi quando siamo entrati nella foresta, tra le montagne, si sono presentate le prime difficoltà: frane da superare, varchi da aprire tra la fitta vegetazione e torrenti da guardare hanno intralciato il cammino abbassando notevolmente le medie orarie.
Inoltre, a causa della rarefazione dei villaggi, abbiamo avuto i primi problemi logistici quali la difficoltà di reperire cibo o di trovare ripari sicuri per la notte.
Le difficoltà maggiori le abbiamo però incontrate quando abbiamo tentato di avvicinarci alla zona inesplorata, infatti nessuno era'disposto ad accompagnarci per paura delle tribù aggressive e degli spiriti della foresta.
Durante questo periodo di stasi abbiamo impiegato il tempo a cercare di comunicare con i locali e a curare le persone malate poi, quando stavamo per rinunciare all'impresa, abbiamo avuto un insperato colpo di fortuna.
I temuti abitanti dell'inferno, incuriositi dalla nostra presenza e spinti dalla necessità di far curare la figlia di un importante capo sono usciti dalle loro valli per raggiungere il nostro gruppo.
Un mattino siamo stati svegliati da due individui armati di archi, frecce e pugnali ricavati da femori di casuario.
Per un attimo la vista delle armi, dei volti decisi e dei corpi solcati da profonde cicatrici ci ha fatto gelare il sangue poi, compresa la situazione, ci siamo presi cura della bambina che aveva urine e feci semibloccate a causa del ventre gonfio.
Ai primi sintomi di miglioramento della bambina, il capo ci ha invitato a
visitare le sue valli, offrendo l'aiuto dei suoi uomini per guidarci, scortarci e portare i nostri sacchi.
Interrompiamo le nostre considerazioni per riprendere il cammino verso i villaggi di questi uomini che oggi, per la prima volta, hanno deciso di ospitare delgi stranieri. Siamo orgogliosi di essere ospiti di questo clan, ma siamo anche decisi ad usare molta prudenza.
Non osiamo infatti immaginare cosa succederebbe se, inavvertitamente, infrangessimo qualche tabù. Infatti questi guerrieri preistorici con i piedi eccezionalmente larghi che garantiscono l'equilibrio, con gli alluci prensili usati come ramponi che assicurano la presa nel fango, con la muscolatura possente che permette di superare qualsiasi ostacolo e con la bassa statura che consente loro di sfruttare anche il minimo varco nella barriera di vegetazione, si trasformerebbero in implacabili nemici ai quali sarebbe impossibile sfuggire.
La foresta vista con gli occhi di questi uomini si svela in tutti i suoi aspetti: ragnatele di venti metri per venti, infide sabbie mobili color smeraldo, buche perfettamente mimetizzate irte di pali acuminati, enormi frutti commestibili, pappagalli con oltre un metro di apertura alare.
Continuiamo a camminare lottando contro le sanguisughe che tentano di infilarsi al di sotto delle ghette, alternando momenti di intenso sforzo per guadare i torrenti impetuosi, a momenti di vera paura.
per attraversarli su tronchi abbattuti per lo scopo poi, finalmente, un villaggio.
Entriamo nella casa degli uomini per ripararci dalla pioggia, poi un uomo, utilizzando solamente un bastone ed una striscia di corteccia, in due minuti, innesca la scintilla per accendere il fuoco al centro della capanna.
Il fumo viene disperso soltanto attraverso il tetto di paglia ed in breve l'aria diviene irrespirabile, ma la possibilità di asciugare i vestiti e di tenere lontani gli insetti valgono bene qualche lacrima ed un pò di tosse.
Approfittiamo del riparo per offrire i nostri cibi, per fare domande e per ascoltare storie di montagne sacre protette da lingue di fuoco, di fantasmi, di branchi di cani che raccolgono le acque dei laghi per allagare i villaggi e di uomini che di notte si trasformano in uccelli per procurarsi il cibo.
Apprendiamo che i capi conquistano e mantengono la loro posizione grazie all'uso delle armi e della magia: i tré più valorosi hanno ucciso rispettivamente 15, 9 e 5 uomini di cui conservano gelosamente le dita.
Abbiamo di fronte cinque capi-villaggio, ma tra di essi emerge per fierezza e autorità il nostro protettore. E' il capo di una alleanza che unisce diversi villaggi di queste valli; dispone di decine di guerrieri, impartisce ordini, dispensa punizioni e malefici, riscuote tributi.
Ha conquistato questa posizione non solo facendo credere di saper condizionare gli eventi meteorologici e quelli sovrannaturali, ma soprattutto alleandosi con i nemici più forti ed uccidendo i più deboli
.
E' il tipico «big man» degli altipiani, generoso e spietato, leale con gli amici quanto infido con i nemici.
Improvvisamente si allontana con l'arco e, poco dopo, pianta una freccia nel collo del maiale più grosso. Il fatto che venga ucciso un maiale per noi è un grande onore se si considera che questo avviene solo nelle grandi occasioni in quanto questi animali sono simboli di potere e possono essere
usati per comprare le mogli.
Il maiale viene appoggiato sul fuoco per bruciare alla meglio i peli poi, mentre alcuni lo svuotano delle interiora e lo difendono dagli assalti dei cani, altri depongono sopra al fuoco una pira di legni che poi vengono ricoperti di pietre.
Dopo circa un'ora le pietre incandescenti vengono prese con delle pinze di legno e gettate in una buca insieme a strati di foglie, di vegetali commestibili e di pezzi di maiale.
Dal momento che non esistono contenitori che permettono di utilizzare altre tecniche, questo metodo di cottura è l'unico conosciuto e praticato nella zona. Passiamo la serata a mangiare e ad ascoltare canti, la notte a riaccendere il fuoco ed a contendere il posto nel sacco a pelo a fameliche pulci.
Nella giornata appena trascorsa siamo stati testimoni e protagonisti della vita di un villaggio del neolitico. Sembra una cosa piuttosto banale dal momento che il termine «neolitico» è stato usato a sproposito da tour operator che hanno spacciato per «viaggi nell'età della pietra» confortevoli soggiorni nelle moderne cittadine dell'Irian Jaya, ma in realtà si tratta di una esperienza eccezionale.
Tardiamo a prendere sonno al pensiero che questo villaggio è uno dei pochi al mondo nei quali è possibile assistere a gesti e a riti che si ripetono immutati da più di 10.000 anni, da quando cioè i primi gruppi di cacciatori-raccoglitori attraversarono il ponte delle isole indonesiane per raggiungere l'Irian Jaya e disperdersi nelle valli più remote.
I giorni successivi, accompagnati da più di venti guerrieri, percorriamo varie valli adattandoci ai ritmi locali: passo veloce, quasi di corsa, alternato a numerose soste, dedicate alla raccolta e alla caccia.
Ci sentiamo ridicoli con i nostri sacchi di viveri in questa foresta dove è possibile procurarsi il cibo durante il cammino; altrettanto ridicola è la nostra attrezzatura, se si pensa che per sopravvivere, sono sufficienti un arco, delle frecce, un pugnale di osso di casuario ed un astuccio penico.
In questo ambiente ci rendiamo veramente conto di quanto certi nostri bisogni siano creati e non realmente necessari.
Un giorno, separandoci dal gruppo insieme al capo, percorriamo un sentiero che non era stato battuto dai tré guerrieri che normalmente ci precedono di almeno un'ora ed abbiamo l'occasione di toccare con mano quanto attenta e strenua sia la difesa del territorio che ciascuno esercita nei confronti di tutti.
Ci troviamo infatti circondati da individui che ci puntano addosso le frecce con un atteggiamento che non lascia dubbi sulle loro intenzioni; abbiamo un attimo di panico, poi il capo si fa riconoscere e tutto si risolve.
Ma l'episodio serve a farci capire quanto sarebbe difficile attraversare questo territorio senza la scorta dei nostri stupendi amici.
Tutte le notti usufruiamo della generosità degli abitanti dei villaggi e viviamo le loro stesse esperienze.
La vita non è sempre facile: a volte mangiamo con i peli e le interiora dei piccoli marsupiali che ci guardano con disapprovazione mentre li addentiamo, o dei cibi cucinati «personalmente» dal guerriero al quale somministriamo con regolarità sulfamidici contro la dissenteria; ma una si-
mile esperienza vale bene qualche rischio.
Apprendiamo semplici ed efficaci tecniche di sopravvivenza come tirare con l'arco, costruire un riparo di fortuna, accendere un fuoco con la legna bagnata, riconoscere i frutti commestibili, costruire un ponte.
Ma impariamo anche i rituali necessari per avvicinarci alle zone tabù, le preghiere per condizionare gli eventi meteorologici e gli stratagemmi che aiutano a non diventare vittime di magie.
In pochi giorni passiamo dallo stato di ospiti a quello di amici di questi uomini eccezionali: gli ultimi uomini liberi!
Un solo rammarico: non avere tempo a sufficienza.
Una sola solenne promessa: RITORNEREMO(siamo tornati l'anno successivo)
È stato un viaggio perfetto reso possibile da un po' di fortuna, ma soprattutto dalla attiva partecipazione di un gruppo di avventurieri degni di nota per doti umane e capacità.
I partecipanti: Alessandro, Domenico, Enzo, Arnaldo, Giovanni, Sandro e Mauro.
Scritto da:
Alex
Note: