Il Messico triste di Stefano. Un abstract da un viaggio messicano di questo amico di Vagabondo, preso dal suo sito: http://pipponordovest.supereva.it/
Sono appena sbarcato, con lo stomaco che tenta di vendicarsi delle uova fritte e fagioli che ci hanno propinato per colazione in volo e che, data la fame, non ho potuto rifiutare.
Anche qui la parola d'ordine è aspettare, si aspetta che arrivi il conducente del bus parcheggiato sotto il sole rovente, poi egli arriva ma si devono attendere altri viaggiatori, allora si aspetta insieme. Gli altri turisti devono arrivare da non si sa dove e soprattutto non si sa a che ora, però lui sembra certo che prima o poi qualcuno arriverà, e allora partiremo felici. Intanto, per dimostrarmi le sue certezze, ha acceso il motore che borbotta fumoso da circa mezz'ora.
Intorno a me, nel grande piazzale dell'aeroporto gruppetti di gente attendono con lo sguardo che cerca di mettere a fuoco qualcosa di molto lontano ma che in realtà non c'è.
Altri turisti si avvicinano al conducente che focalizza l'infinito in una nuvola di fumo nero, e anche loro per solidarietà cominciano a fare lo stesso. Poi, visto che le sue speranze di riempire l'autobus vengono a mancare, si ritiene soddisfatto e si parte.
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Ci siamo fermati con il pullman in mezzo al deserto, su un altipiano a 2400 metri con aria leggera ed un fetido bar.
Ho sorbito un Nescafè, mentre intorno a me si servivano piattoni di fagioli fritti e uova alla "ranchera", qui la colazione la mattina si fa così, e per questo mi guardavano come una checca di città senza i coglioni e lo stomaco degni di queste lande.
Dopo le prevedibili scariche di rutti e peti che mi hanno fatto uscire per primo dal locale ci siamo reimbarcati alla volta di S. Luis, un'altra delle città-miniera della zona.
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Solo ora mi rendo conto che sull'armadio della mia camera c'è uno specchio abbastanza grande da contenermi tutto, finora mi sono potuto guardare solo la barba o i capelli, separatamente; questo da un lato mi ha aiutato: non potendo vedere il decadimento d'immagine posso mantenere una certa considerazione di me stesso, dall'altro la fa perdere a chi mi guarda. Ora non riconosco quasi il tizio sull'armadio, scuro e vissuto, come le scarpe, le uniche che ho e che ora giacciono sbatacchiate per terra sotto la mia immagine. Dalle mie zampe stecche ora emergono guizzanti muscoletti finora sconosciuti, frutto dei chilometri che copro a piedi ogni giorno.
La mia secchezza non era mai giunta a questi livelli, anche i jeans appena comprati sono già una misura troppo larghi e ci sguazzo un po'.
Comunque non mi sento male o denutrito, forse è solo il Messico che mi consuma.
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Dopo un paio di chilometri di oscurità completa siamo sbucati strizzando gli occhi su un grande piazzale sterrato inondato di sole, intorno si affacciavano le sagome di montagne cupe e prive di ogni forma di vita.
Vecchi furgoncini passavano sporadicamente sul piazzale lasciandosi dietro nuvoloni polverosi, un gruppo di bambini smocciolanti ci ha prelevato dal bus per condurci in un loro albergo di loro fiducia. Passando per le vie del paese ci sfilavano intorno le prove dello scorrere del tempo sulle cose e sulla gente; una patina polverosa offuscava tutto, e ovunque l'atmosfera era di desolazione e processo di morte in atto.
Porte di edifici cadenti chiuse alla meglio con mucchi di pietre e finestre penzolanti sui cardini ci hanno condotto all'ingresso di quello che qui chiamano "hotel". Tre generazioni di una famiglia gestivano contemporaneamente la bettola che era anche "ristorante".
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Usciti dal paese per un giro di ricognizione ci siamo imbattuti in un fuoristrada con una ventina di 'fricchettoni' a bordo, seduti sul tetto e aggrappati alle fiancate. Cantando e ridendo si dirigevano nel deserto alla ricerca di " Jiculì ", il peyote. Intanto noi tre eravamo arrivati alla ex-miniera, dove un'architettura insolita per queste latitudini ci attendeva tra le montagne desolate. Ci si è aperto davanti un panorama che mi ha fatto pensare all'Interzona dei sogni lisergici di William Burroughs, erano costruzioni basse, squadrate e tozze che come un miraggio non si avvicinavano mai, i quasi 2800 metri di altitudine si facevano sentire sui nostri polmoni catramosi tagliandoci il fiato sulla salita.
Tutti gli edifici diroccati sparsi qua e là sul costone erano dominati dall'enorme ciminiera di una caldaia che penso servisse a tirare su i carrelli dalla 'mina'. Sembrava che le cose non avessero mai goduto di una vita attiva ma fossero state costruite solo per stare lì in attesa nell'aria rarefatta, ad ascoltare il silenzio di quel deserto. Le costruzioni di carattere industriale erano fornite di curiose arcate neo gotiche miste a portali in stile mediorientale che ci guidavano verso paesaggi surreali ibernati sotto una coltre di Tempo, ci si sentiva come quando si entra in una casa disabitata con le lenzuola su i mobili.
Le cose erano lì, con il loro velo polveroso, impassibili della nostra presenza ad attendere la Morte
Volevamo assaporare lo spirito country della zona, così ieri io, Mirko e Massimiliano ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In realtà la giornata non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un sole malato e cinguettavano i pappagalli storpi nelle gabbiette. A proposito, tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo scoperto un allevamento di queste bestiole nel pàtio, ma alcuni sono zoppi o deformi.
La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma", meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real, ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile ranchero con una camicia da discoteca, ci ha spiegato che quelle erano le abitazioni dei 'mineros' fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani assetati di sangue.
La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo la vita è un attimo.
Alla fine, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese dove abbiamo litigato con la guida per il prezzo, le sue argomentazioni ed il suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti derubare.
Ora il grande momento è giunto, siamo in attesa di un 'peyotero' che ci accompagnera' nel deserto, io sono seduto di fronte alla bettola con un vecchio sordomuto paralitico e vedo Massimiliano che va su e giù per la via contrattando per il prezzo migliore per il viaggio, Mirko sta in mezzo alla strada e guarda la scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole malato.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito, così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane che sorridevano al nostro passaggio.
Distanziati di una ventina di metri, ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di condominio messo in uno spazio che loro non possono nemmeno immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è fuori. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'è oltre... eravamo tre microbi e un treppiedi su una cartina geografica.
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Ieri sera a Matehuala mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo.
I miei pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica sahariana che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse come gli zaini che seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il volto provato completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto grave.
Se si aggiunge che i messicani sono molto sensibili all'aspetto, avevo decretato la mia condanna all'isolamento.
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Sono partito dalla stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche.
Un vecchio scuolabus americano stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che a oltranza continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre merci che hanno invaso presto una buona parte dell'autobus. Io ho conquistato un posto a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto è giunta una cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso degli ippopotami.
I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano continuamente su e giù per il corridoio intasato, carichi di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando il ragazzo all'entrata ha mollato la cima che teneva legata rozzamente la porta, l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano tutto; il cavallo la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera rombava nostalgica sulla statale.
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Stefano
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