Avevo tanta voglia di vedere questo paese che ho colto con entusiasmo l'occasione che mi si è presentata, di andarci col un gruppo di un Archeoclub, e dunque mi sono fatta questa settimana in Libia con la guida di un archeologo che compensava sua taglia "small" con competenza, simpatia, entusiasmo e capacità comunicative veramente eccezionali. Un piccolo ciclone. Il professor Gaetano Messineo.
Malgrado la mia storica avversione ai viaggi di gruppo devo dire che
è stata una cosa semplicemente perfetta.
Deliziosa la compagnia, fatta miracolosamente solo
di persone educate, gradevoli, colte o comunque curiose, disponibili, discrete, puntuali, e potrei continuare...
Qui non voglio davvero fare la cronaca del viaggio: è stato così denso che non sarebbe proprio possibile, ma solo riportare alcune impressioni e qualche notizia che spero utile.
La bellezza e la maestosità dei siti archeologici, e la sensazione di trovarsi di fronte ai resti di una civiltà in cui ricchezza, potere e pragmatismo si coniugavano a cultura, gusto, eleganza e senso civico in un modo che oggi noi fatichiamo perfino ad immaginare.
Sbalorditiva anche la dimensione: Leptis Magna, dove abbiamo girato per un'intera giornata, era una grande e fiorente città di mare, con un porto alla foce del fiume, che durante il regno di Settimio Severo e della sua bella ed autorevole consorte divenne grandiosa, con degli spazi pubblici, il foro, i templi, le terme, le fontane, le statue, le decorazioni, ecc. di una bellezza e ricchezza incredibili: sembrava che nulla fosse troppo per quelle opere, basti pensare che la maggior parte dei marmi negli edifici proveniva dall'Europa, trasportato via mare con le robustissime navi onerarie. Erano tutte in marmo perfino le latrine pubbliche (vedi foto), una per gli uomini, più grande, e una per le donne, dove si stava seduti a conversare piacevolmente durante la funzione (!), mentre al di sotto l'acqua corrente portava via tutto.
Forte ancor oggi la differenza tra le due regioni della Libia: la Tripolitania ad ovest, nell'antichità sotto l'influenza cartaginese, e la Cirenaica, sotto quella greca, separate dagli ottocento chilometri del leggendario e quasi invalicabile deserto della Sirte. Differenza anche di caratteri geografici: più aspro e selvaggio il paesaggio della Tripolitania, che oltre la fascia costiera ha subito il deserto, molto più verdi le colline della Cirenaica.
In Tripolitania, oltre a Leptis Magna, abbiamo visitato Sabratha,con il grandioso, bellissimo teatro, la cui scena è tra le meglio conservate, e la villa di Siline con gli splendidi mosaici ellenistici.
Abbiamo poi fatto una puntata di un giorno in una zona detta di pre-deserto, anche se non riesco ad immaginare niente di più deserto, per vedere alcune tombe romane, che sono quasi tutto quel che resta di una cittadina romana di frontiera.
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L'ultimo tratto per arrivare alle tombe lo abbiamo percorso a piedi, e sono rimasta impressionata (era il mio battesimo nel deserto) dal fatto che ti sembra di trovarti in un luogo assolutamente piatto, ed invece ci sono delle ondulazioni, per me impercettibili, che fanno sì che, percorsi forse un centinaio di metri, uno si volta e non vede più il pulmino da cui è sceso e che, dopo un po', spunta all'orizzonte la sommità di una tomba che un attimo prima non c'era.
Arrivati sul sito archeologico ci siamo trovati davanti all'immagine assurda di una cancello girevole nel deserto (vedete la foto) che dava accesso all'area degli scavi!
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A ritorno, il chilometro circa che abbiamo percorso fino al pulmino, col vento che cominciava ad alzarsi facendo volare la sabbia rossa finissima che penetrava ovunque, seguendo la guida che faceva astrusi serpeggiamenti su quella che continuava a sembrare una pianura e non lo era, è stato sufficiente a cominciare a capire come debba essere facile perdersi e come ci si possa sentir soli in rapporto con quella natura.
Ci siamo poi spostati in aereo da Tripoli a Bengasi, mentre il nostro autista, un tripolino con i capelli grigi e un viso gentile che a Cirene ha voluto una foto con tre signore del gruppo, me inclusa, ci ha raggiunto la sera dopo avendo attraversato col pullman il deserto della Sirte.
In Cirenaica dapprima abbiamo visto Tokra, con ancora il fortino italiano dell'ultima guerra, Tolemaide, con l'immensa cisterna sotto la piazza principale della città, la grotta di Sluntah, con delle stranissime sculture molto primitive, di cui non si conosce neppure la datazione, e il tempio di Asclepio, un grande sanatorio dell'epoca, dove giungevano da tutte le parti per essere curati. Vi si doveva dormire una notte, ed in sogno appariva il Dio, appunto Esculapio, che dava indicazioni sul metodo di cura.
Su alcuni capitelli rimasti è scolpita l'immagine del "silfio".
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Questa pianta, probabilmente della stessa famiglia del finocchio, in tutte le aree mediterranee fu considerata nell'antichità classica e fino al tempo di Nerone un rimedio universale: compariva nella composizione di quasi tutte le ricette mediche e nelle più sofisticate ricette culinarie, pare che infine i gambi, un po' legnosi, venissero fatti mangiare ai cavalli da corsa per renderli più forti e veloci.
Aveva un valore immenso: in un testo abbiamo letto che valeva tre volte il suo peso in argento, in un altro addirittura si parlava di peso in polvere d'oro. Pare che fosse una pianta selvatica che non riuscirono mai a coltivare e che, vuoi per lo sfruttamento eccessivo, vuoi forse per un cambiamento di clima, si andò estinguendo.
Si racconta che all'epoca di Nerone ne fosse rimasto un solo esemplare che, inorridite botanici, fu estirpato per farne omaggio all'imperatore e, ovviamente, si seccò.
Scritto da:
Fiamma
Note: