Presentazione
Inguaribili viaggiatori, fanatici dei viaggi “self made”, assieme abbiamo attraversato l’Europa in lungo e in largo. Molti Paesi ci hanno entusiasmato, quelli Scandinavi letteralmente rubato il cuore. Terre molto simili per origini, tradizioni e cultura ma allo stesso tempo prepotentemente diverse.
Il Nord ci è rimasto nella pelle, e il nostro sogno nel cassetto rimandato più volte, l’Islanda, quest’anno finalmente si è potuto realizzare.
Dopo esserci lungamente documentati siamo giunti alla comune conclusione che degli amanti della natura come noi, per apprezzare a fondo una terra così particolare, isolata e magica, per molti versi decisamente unica, non avrebbero potuto vivere parte di questa esperienza se non a piedi, soli, zaino e tenda sulle spalle. Sicurezza e precarietà allo stesso tempo, in balia degli elementi, circondati dai profumi; odore di erba, di pioggia e di terra su tutto, sentire il vento, sentirsi liberi...
Così, lentamente, ad un ritmo quasi d’altri tempi, abbiamo vissuto un’ esperienza intensa, la nostra piccola grande avventura islandese.
Breve introduzione
Il viaggio può idealmente dividersi in due parti: un trekking di 50 chilometri (il famoso Laugavegurinn), svolto nella prima settimana di vacanza sull’Isola, e una parte decisamente più turistica che ci ha fatto visitare le mete “classiche”.
Arrivati a Reykjavìk abbiamo pernottato nel suo accogliente campeggio. Dopo due giorni di visita ai dintorni della città, siamo partiti alla volta di Landmannalaugar, con l’intento di visitare meglio la capitale negli ultimi giorni di permanenza in questo paese.
ITINERARIO
Prima parte del viaggio: trekking
Trekking “Laugavegurinn”: da Landmannalaugar a Thorsmork (Pòrsmork) 50 km
Siamo partiti ieri mattina dal terminal degli autobus BSI di Reykjavìk e arrivati a Landmannalaugar nel primo pomeriggio, dopo alcune ore di viaggio “movimentato”. Finalmente anche noi, per la prima volta, abbiamo il piacere di vedere e percorrere le famose piste interne. Chilometro dopo chilometro tutte le nostre letture si materializzano. Stentiamo a realizzare la magnifica asprezza dei luoghi che ci si presentano innanzi e tutto va ben oltre a ciò che ci aspettavamo di trovare.
La valle ci accoglie con un clima piuttosto ostile: la giornata non è delle migliori ed appena scesi dall’autobus, un inquietante sensazione di isolamento e angoscia ci pervade. Non ci spieghiamo ancora le origini dell’iniziale disagio; probabilmente dovuto all’ unicità del posto o forse, più facilmente, alla consapevolezza che nei tre o quattro giorni a venire dovremo contare solamente sulle nostre forze e conoscenze.
Uno scorcio di sole ci tranquillizza. Scopriamo presto che le pesanti nuvole basse che avvolgono tutto, dando al posto un atmosfera quasi infernale, frequentemente si aprono lasciandoci ammirare lo splendore da cui siamo circondati
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Il paesaggio di Landmannalaugar è semplicemente straordinario: le cime di riolite giallo ocra e arancio risaltano sul nero dei campi di lava e questi fantastici contrasti rendono il luogo indiscutibilmente unico. Ammutoliti per la bellezza dei panorami ci sbrighiamo a piantare la nostra piccola tenda accanto alle poche altre: ha ripreso a piovere nuovamente con una certa intensità! Salutiamo i vicini più prossimi... nel piccolo accampamento tutti sono intenti a cucinare o leggere aspettando una schiarita. Accanto al campeggio, gestito dal Club Alpino Islandese (Ferdafélag Islands) sorge l’essenziale rifugio e le ragazze che lo gestiscono ci forniscono utili informazioni. Qui è possibile solamente dormire ed utilizzare le cucine comuni (i rifugi in Islanda non prevedono il vitto).
Registriamo il nostro passaggio ed usciamo per visitare i dintorni. Appena fuori docce e servizi e la possibilità di fare un bagno all’ aperto in pozze naturali di calda acqua cristallina... assolutamente imperdibile per chi ha il coraggio di esporsi nudo alla odierna severità del clima! Il freddo si è fatto pungente, rientrando alla tenda attraversiamo il campo, corrono frequenti sguardi di intesa, equivalenti a saluti cordiali tra gente sintonizzata sulla stessa lunghezza d’onda: molti di noi nei prossimi giorni vivranno la stessa magnifica esperienza.
1° giorno: partenza dal campeggio di Landmannalaugar, adiacente al Rifugio omonimo e arrivo al Rifugio di Alfavatn, transitando per il rifugio Hrafntinnusker.
Distanza: 24 km - Tempo impiegato: 10 ore. Dislivello totale: 1100 metri circa.
Il percorso inizialmente sale e attraversa un’antica colata lavica; si arrampica poi lungo un ripido pendio e segue lungamente arrotondate creste caratterizzate da una notevole attività geotermica (fumarole e solfatare particolarmente attive borbottano un pò ovunque). Dopo il primo tratto in salita raggiungiamo degli agevoli altopiani dove però soffia un vento incessante, piuttosto forte. Pioggia a vento e nebbia ci fanno purtroppo compagnia rendendo spesso la visibilità molto scarsa: i rari scorci sulle colorate e profonde valli sottostanti ci vengono rubati e restituiti continuamente dal biancore delle nubi in cui siamo immersi.
Prestiamo molta attenzione nell’ attraversare i facili nevai e le piccole lingue glaciali che riempiono alcuni canali: dei ponti di neve crollati ci costringono a “girovagare” per trovare passaggi più agevoli. Il percorso è sempre ben marcato e reso sicuro dalla presenza costante di bastoni segnavia. Quando per la cattiva visibilità non sappiamo da che parte andare uno di noi due sosta all’ultimo paletto trovato e l’altro avanza quel poco che basta per ritrovare la strada (da queste parti la paura di perderci ci fa essere fin troppo prudenti!). Dopo il tratto caratterizzato da nebbia e nevai, che comunque nella stagione estiva non richiede l’utilizzo di ramponi (utili i bastoncini telescopici), scendiamo, e in poco tempo ci troviamo davanti al rifugio Hrafntinnusker che ci appare improvvisamente dal nulla.
Alcuni arrivano e si fermano qua per la notte, ma il clima pessimo rende il luogo davvero poco accogliente. Un rado muretto di sassi cerca di proteggere inutilmente alcune tende dalla forza del vento e vedere il suo effetto sulle gialle, solide tendine di una nota marca ci fa sentire ancora freschi e pimpanti! Ci guardiamo solamente, non serve parlare, la voglia di proseguire è tanta! Beviamo alcuni sorsi dalla borraccia, mangiamo due barrette energetiche e ,dopo avere posto le nostre firme nel libro del rifugio, ripartiamo.
Da questo momento in poi il percorso scende ed è caratterizzato da canaloni disposti a ventaglio, più o meno profondi, con e senza neve, che obbligano ad un lungo e faticoso saliscendi. Ultima fatica: l’attraversamento di un fiume glaciale, non profondo ma impetuoso.
Cerchiamo di studiare una soluzione “asciutta” per varcarlo, ma le rocce affioranti troppo scivolose e distanti ci obbligano ad entrare in acqua. Rassegnati al gelido pediluvio calziamo i sandali e rimbocchiamo i calzoni fino alle ginocchia. Scarponi a tracolla e le gambe che pungono dal freddo, sbuffando, raggiungiamo velocemente l’ altra sponda.
La strada percorsa ora si fa sentire: siamo piuttosto stanchi ed affamati per non dire esausti!
Vedere il rifugio Alfavatn davanti a noi, in fondo alla valle sulle sponde dell’ omonimo lago ci solleva e riempie di gioia. Lo spettacolo è grande, ci fermiamo a contemplare le amene sponde, il lago e le caratteristiche cime affilate sullo sfondo: una cartolina che sola ci ripaga di tutto.
Una volta arrivati, la solita prassi, firma in rifugio, tenda, cena, diario, partita a Machiavelli, toilette e finalmente... a nanna!
La giornata è stata lunga e faticosa, complice il pesante zaino al quale non siamo ancora abituati, indispensabile amico che malediremo quotidianamente.
Serena dorme beata, la invidio, sonnecchio e vigilo... fuori c’è chi ha passato la notte a salvarsi la tenda! Qui aspettatevi venti davvero spietati, inimmaginabili, più forti del Meltemi e più cattivi della Bora che metteranno a dura prova la solidità della vostra “casetta”.
2° giorno: partenza dal campeggio di Alfavatn e arrivo al Rifugio di Botnar (Emstrur). Distanza: 15 km - Tempo impiegato: 8 ore. Dislivello totale: 40 metri circa.
Il vento che si è fatto sentire per tutta la notte soffia ancora più rabbioso e smontare la tenda non è un’ impresa facile: l’operazione ci impegna e obbliga uno Serena a distendersi sul telo afflosciato per non farlo volare via!
Se il vento dei giorni scorsi era pazzesco, quello di oggi non sapremmo davvero come descriverlo! Dopo aver segnato la nostra partenza sul libro del rifugio, indicata la destinazione successiva e pagato il pernotto partiamo alla volta di Emstrur.
Ci incamminiamo, ma sotto la maschera da sci intravvedo lo sguardo poco convinto della mia compagna. Resistendo alle violente raffiche superiamo a fatica il primo facile pendio, barcolliamo più volte e arrancando finalmente arriviamo in cima; appena oltre, scendendo in un vallone protetto tutto ridiventa quasi normale. Siamo più tranquilli: per un momento la paura di avere un vento del genere come costante ci stava facendo tornare sui nostri passi nell’ attesa di condizioni migliori. Con il morale alle stelle avanziamo spediti, attraversiamo un fiume poco profondo, dove troviamo dei francesi con la guida carichi come muli e una coppia di ragazzi tedeschi: li salutiamo e passiamo oltre.
Superiamo campi di lava e un fiume più impegnativo con disinvoltura, ormai le operazioni di svestizione e vestizione sono veloci, quasi automatiche e finalmente davanti a noi il mitico deserto: il Sandur. L’ambiente ora è davvero fuori dal comune: sabbia nera sconfinata che, con l’aria tersa di queste latitudini, origina un’atmosfera davvero affascinante. Non ci crederete ma anche distanze e dimensioni qui sono irreali: quello che credevamo un accampamento all’orizzonte non era altro che un mucchio di sassi a 300 metri da noi!
L’iniziale entusiasmo per la novità lascia presto spazio allo sconforto; la fatica nell’avanzare nella sabbia sotto il peso dei nostri ingombranti zaini ci fa progredire a testa bassa. Indossiamo nuovamente gli occhiali da sci; il vento riprende vigore e qui nel Sandur non scherza: alza e scaraventa la sabbia fine ovunque con un effetto abrasivo e pungente davvero fastidiosi.
Veramente provati da quest’ ultimo tratto interminabile e dall’isolamento totale (ma dove sono gli altri escursionisti!?!) au certo punto incontriamo una carovana di fuoristrada, quasi un miraggio, che ci rincuora: la “civiltà” ora non dovrebbe essere lontana.
Dopo poco (un paio di ore), passato un picco montuoso ben evidente sulla carta (il Tuddi), svoltiamo a sinistra e scendendo vediamo finalmente sventolare la bandiera dell’Islanda accanto all’inconfondibile tetto rosso del Rifugio Botnar.
Montiamo la tenda in un piccolo terrazzamento nella valletta sottostante; della gente sta cucinando, ci si saluta ma l’ urgenza di mangiare prende il sopravvento sulla voglia di conversare. Aspettando che l’ acqua sul fornello bolla contiamo le tende, sono cinque, affollamento stasera!
Divoriamo avidamente le poche cose a nostra disposizione, menù a base di riso al curry e cous cous...rigorosamente liofilizzati. Mai mangiato nulla di più delizioso! Frutta secca e caffè chiudono alla grande l’intensa giornata.
Rintanati caldi e asciutti nei sacchi a pelo parliamo e scriviamo pensando all’enorme e splendido ghiacciaio che ci sovrasta, il Myrdalsjokull, sotto il quale, mi dice Serena, si cela un vulcano attivo... la mangerei!
3° giorno: partenza dal campeggio Botnar (Emstrur) e arrivo al Rifugio di Thorsmork. Distanza: 15 km - Tempo impiegato: 8 ore. Dislivello totale: 300 metri circa.
Partiamo alla volta di Thorsmork, ultima tappa. La giornata ci dona spiragli di sole, per poi aprirsi definitivamente.
Un regalo grande: per la prima volta possiamo toglierci le giacche impermeabili!
Il percorso, caratterizzato da alcuni saliscendi, è molto vario. Anche qui prati, distese di rocce, sabbia e immancabili guadi. Dapprima oltrepassiamo il canyon glaciale “Sytri-Emstrua”, la cui discesa e attraversamento sono facilitati da grosse corde di canapa e solida passerella. Arrivati sull’altra sponda godiamo di un bellissimo panorama sul ghiacciaio soprastante. Diamo l’ultimo definitivo saluto alla valle ed entriamo in un ambiente diverso, fatto di montagne più solide dai contorni a volte arrotondati a volte spigolosi; una formazione a forma di rinoceronte ci terrà compagnia per parecchio tempo. Anche la vegetazione sta diventando via via più rigogliosa e spunta addirittura qualche esile e nodosa betulla nana.
Dopo alcuni chilometri di pianura arriviamo al placido fiume Ljòsà, che poco a valle scava inaspettatamente una profonda forra le cui alte e vicine sponde sono unite da una passerella.
Ottimo punto per sostare un attimo e mangiare un boccone vista la rampa che poco oltre ci attende! Dopo aver valicato la lunga e ripida salita sbuchiamo su un vasto pianoro da dove il panorama spazia a 360 gradi sulle valli che ci siamo lasciati alle spalle, sui ghiacciai circostanti e sul sentiero che ci porterà a destinazione.
Dall’alto notiamo anche l’ultimo ostacolo di cui avevamo sentito parlare: il fiume glaciale “Thrònga”, piuttosto largo ed impetuoso, con più corsi paralleli. Per la prima volta la forza dell’acqua ci costringe a guadare mano nella mano, risalendo leggermente la corrente. Al di là del fiume, via i sandali, veloce asciugatura e di nuovo al caldo negli scarponi.
Saliti su una sorta di argine, rimaniamo a bocca aperta: il paesaggio davanti a noi è incredibilmente rigoglioso. Proseguiamo in un fitto bosco animato da fruscianti betulle siberiane e placidi rigagnoli dalle acque trasparenti. Questo tipo di ambiente, a cui non eravamo più abituati, ci accompagnerà fino al cartello indicante l’imminente fine del nostro trekking.
La segnaletica, posta ad un bivio successivo, ci mostra i due “capolinea”: a destra l’accampamento di “Hùsadalur”, che pubblicizza la presenza di invitanti docce calde; dall’altra parte il rifugio “Thorsmork” che guarda il ghiacciaio e verso il quale ci dirigeremo.
Ingenuamente ci aspettavamo di trovare un piccolo villaggio dove finalmente bere e mettere sotto i denti qualcosa di buono. Pura illusione, perché Thorsmork è solo una splendida località che da il nome al rifugio, il quale, seppur di grandi dimensioni, si limita ad offrire, come tutti gli altri, doccia spartana, pernotto e piccola zona riscaldata per l’eventuale asciugatura dei capi bagnati.
Veramente un minimarket esisterebbe, ma noi che non stiamo ancora morendo di fame preferiamo soprassedere.
La zona adibita alle tende è un morbido prato inglese accanto allo stabile. Costruiamo velocemente la “casa” infilando i picchetti nel terreno a mano, corriamo alle docce e freschi come rose festeggiamo la felice riuscita dell’ impresa dando fondo, senza freni, alla nostra dispensa.
Domattina l’ autobus della BSI ci verrà a prendere: ci addormentiamo felici sognando di fare la spesa.
Scritto da:
Serena
Note: